EVARISTO FELICE DALL’ABACO GIUSEPPE MARIA CLEMENTE DALL’ABACO CAPRICCI ED ALTRE CANZONI

EVARISTO FELICE DALL’ABACO
GIUSEPPE MA
RIA CLEMENTE DALL’ABACO
CAPRICCI ED ALTRE CANZONI

Les Basses Réunies:
Bruno Cocset, violoncello, viola, violino tenore; Emmanuel Jacques, violino tenore; Esmé de Vries, violoncello; Bertrand Cuiller, clavicembalo.

1 cd AGOGIQUE AGO011

Interpretazione: ****

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   dall'abaco     

Ad attestare quanto gli schemi siano limitanti nell’arte e nella vita, come se ci fosse bisogno ancora di prove, basti osservare le vicende della famiglia Dall’Abaco, musicisti italiani all’estero, lungo il Settecento, rappresentanti non del melodramma. Insomma, non è assolutamente vero che sia il solo melodramma l’unico aspetto musicale “esportato” dagli Italiani: oggi, infatti, quanto più si ricerca, tanto più si vede l’effettivo ruolo che i musicisti italiani ebbero nell’area tedesca.

E se i grandi meriti – pur indiscutibili – dei Tedeschi nella trattazione dell’armonia dovessero fare i conti con quanto fu fornito ad essa dai non semplici “melodisti” (come sovente sono stai definiti) Italiani?

Evaristo Felice Dall’Abaco, violinista violoncellista e compositore nato a Verona nel 1675, trascorse, in pratica, dopo gli studi nella città natale ed a Modena, allievo di Tomaso Antonio Vitali, tutta la vita all’estero, nominato “violoncellista da camera” del principe Massimiliano Emanuele II di Baviera, il quale egli seguì anche nell’esilio tra il 1705 ed il 1715, anno in cui rientrò definitivamente a Monaco dopo la pace di Rastatt.

Tanto fedele, ma intelligente e colto, fu il Dall’Abaco che, oltre ad essere divenuto Konzermeister nel 1717 fu anche consigliere del principe, carica che, a Bonn, nel 1738, ebbe anche il figlio Giuseppe Maria Clemente, nato nel 1710, già al servizio dell’elettore di Colonia.

Tale successo – soprattutto quello nell’ambito musicale – fu dovuto alle indubbie doti di Evaristo, ma anche al fatto che il violinismo italiano, all’inizio del XVIII secolo, stava dando i frutti migliori: il musicista veronese si inserisce, così, nell’ambito apportandovi un fondamentale contributo di rinnovamento.

A Modena, tra l’altro, egli fu in contatto con il violinista francese Jean Baptiste d’Amberville, con il quale ebbe modo di arricchire la sua arte. Già, infatti, dall’op.1 appaiono alcuni elementi di novità non tanto nella struttura delle composizioni, quanto delle nuove funzioni che assume l’accompagnamento.

L’uso del clavicembalo in alternativa al violoncello, per la realizzazione del continuo, era già frequente, essendosi sviluppato nei 3 decenni precedenti al termine del XVII secolo, pur con l’obbligo da parte dell’esecutore di far dialogare la parte inferiore con la superiore. Nelle sonate di Dall’Abaco la scrittura cembalistica assume maggiore compiutezza giacché la funzione del clavicembalo non è di mero supporto, come nelle coeve produzioni di Corelli, ma si integra con quella del violoncello.

Nei concerti dell’op. 2, ad esempio, destinati alla chiesa, non è rispettato sempre il rigore dello stile e della forma come ci si aspetterebbe data la destinazione: invece che con i tradizionali incipit in tempo grave, alcune sonate iniziano su tempi vivaci e si chiudono con pagine molto vicine allo stacco proprio della giga. Inoltre, secondo il principio del solo e del tutti, egli struttura le sue composizioni da camera secondo lo schema concertante.

Tale fusione di elementi stilistici così eterogenea era inusuale all’epoca tanto che nelle sue composizioni dell’op.3 e dell’op. 4 egli si spinge fino a strutturare alcuni movimenti per mezzo di un embrione di sonata bipartita quasi completamente sviluppata con il secondo tema chiaramente enunciato. Il Riemann, ad esempio, ricorda che “le opere dell’Dall’Abaco sono forse il tipo più puro e nobile della musica da camera italiana pervenuta all’apogeo del suo sviluppo”, tanto che restano superiori a quelle di Corelli per potenza espressiva.

Di tali doti, il presente cd, che propone alcune parti dall’opera I e III, manifesta chiaramente le caratteristiche, essendo scelte con raffinata sensibilità alcune composizioni di sicuro interesse ed impatto. I “capricci” appartenenti alla scrittura di Giuseppe Maria, poi, permettono non solo la fantasia dell’autore ma anche quella dell’interprete qui rappresentato da un gruppo omogeneo di artisti molto sensibili all’espressione del “colore” dello strumento, espresso per tramite della fitta scrittura e preziosa tessitura creata dagli eccellenti “padre e figlio”.

Si segnala, con vivo piacere, la nota esplicativa in Italiano curata da Bruno Cocset, che permette, così, anche a coloro che avessero difficoltà con le lingue straniere di apprezzare direttamente le indicazioni che l’artista offre in relazione all’interpretazione delle pagine scelte.

Bruno Belli

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