“RIDIAM NEI LIETI CALICI!”

“RIDIAM NEI LIETI CALICI!”

“ La Traviata ” ridicola e pessima  che ha inaugurato la Stagione 2013 / 2014 della Scala.

Meritate le contestazioni a regista, a direttore ed al tenore Beczala (Alfredo).

La-Prima-della-Traviata-alla-Scala2

“Vergogna!”.

Con questa sacrosanta apostrofe da parte di alcuni loggionisti al termine dell’opera, soprattutto rivolti al regista (?), sarebbe possibile recensire La Traviata che ha inaugurato la Stagione lirica 2013 / 2014 del Teatro alla Scala, titolo che chiude l’anno verdiano per il teatro milanese.

Lo chiude malissimo.

D’altra parte, la Scala , negli ultimi anni, ci ha abituato ad un progressivo decadimento delle qualità delle masse che aveva a disposizione, partendo, innanzi tutto, dall’orchestra, sempre più scorretta, povera di colori, imprecisa nella famiglia degli ottoni. Ieri sera, poi, Daniele Gatti ha fatto del suo: ed è stato il peggio.

Ma andiamo per gradi – ed in breve – per raccontare uno spettacolo sul quale non si dovrebbero spendere nemmeno troppe parole.

Sulla modernità e drammaticità del dettato verdiano – in altre parole della musica, ché, con Verdi, copre il 90% delle potenzialità dell’opera – i miei 4 lettori troveranno importantissimi scritti di musicologi accreditati, giacché non è compito mio, oggi, di fermarmi a dissetare sui valori della stessa.

Unico dato di fatto è che La Traviata dovrebbe essere opera di grande effetto drammatico, di sincero scavo psicologico nelle pieghe dell’animo umano, mentre il regista (?) tutto ha fatto per renderla un baraccone sovraccarico di inutili pacchianate nelle scene delle due feste e di altrettanti “vezzi” vacui che, invece di farmi arrabbiare, mi hanno fatto divertire come un pazzo, ridendo soprattutto di gusto della dabbenaggine non solo del regista stesso, ma anche di coloro che gli pagano i (penso) lauti cachet.

Quindi, non mi soffermo nemmeno sulle scelte, ché sarebbe dar credito a chi della Traviata e di Verdi stesso nulla ha capito, suggerendo al signor Tcherniakov di prendersi l’impasto della pizza sul tavolo nel secondo atto e di offrirla a qualche trattoria degli United States, così da farsi assumer per impastare acqua e farina, invece di “interpretare” le creazioni di artisti che nemmeno potrebbe vedere con il binocolo.

Passiamo quindi al lato musicale (?).

Di Gatti dirò in seguito, giacché, trovandoci ad avere suggerito al regista di prendersi la pasta per pizza ci sentiamo di suggerirlo anche al tenore Piotr Beczala, sconnesso nell’intonazione, privo di ogni capacità di legare, di smorzare i suoni, di proporre “mezze voci”, urlano tutto con forza. E male completo non sarebbe se poi il canto non fosse così rozzo, sgraziato, ingolato, ostico ai passaggi di registro, piatto nei pur pochissimi abbellimenti vocali nel primo e nel secondo atto (mi riferisco agli atti originari della partitura, giacché ieri si è assistito all’opera divisa in due parti).

Insomma, un interprete che non sa interpretare né scenicamente – e qui la colpa è di Tcherniakov – né tanto meno vocalmente, fatto questo ben più grave.

Fino ad una trentina di anni or sono, un direttore serio lo avrebbe protestato e fatto cacciare dalla porticina di servizio.

Diana-Damrau1Non convince neppure la tanto decantata Diana Damrau che raggiunge sì le note, ma, per accettare in pieno l’interprete, dovremmo lasciare correre l’emissione di fiato in stile “pura aria calda” emesso ogni qual volta scenda nel registro grave (bruttissimo il primo atto, in tal senso – volgare il “salvarmi è dato” nel terzo), le palesi difficoltà a mantenere dello stesso peso gli abbellimenti “staccati” nel duetto del primo atto – “io sono franca, ingenua”, ecc. ne sono stati preclaro esempio in senso negativo – certe mezze voci incomprensibili quanto a fraseggio, l’inespressivo” dite alla giovine”, ecc del secondo e decido di fermarmi qui.

Insomma, non una cattiva Violetta, ma una mediocre interprete del canto di Verdi, del quale l’unico veramente a suo agio è il baritono Zeliko Lucic, tale da non sfigurare nemmeno nell’eccessiva corsa, schizoide, impostagli da Gatti nella cabaletta No, non udrai rimproveri.

Gatti, per l’appunto.

Quello stesso Gatti che affermò alcuni giorni or sono di avere studiato la partitura come se gliela avesse consegnata Verdi in persona, senza riferirsi a “letture” del passato. Forse avrebbe fatto meglio, invece, ad ascoltarsi qualche direzione storica (non voglio fare nomi, per non essere additato quale “seguace di…”).

Infatti, Daniele Gatti ha introdotto tali e tante libertà nella dinamica da provocare inutili cesure nel testo: un brindisi lento – molto brutto, ed, infatti, nemmeno applaudito – altrove corse, in altri luoghi sonorità eccesive, di cattivo effetto, come nelle ultime battute del finale dell’operache strazio gli ottoni!!!

Daniele Gatti non può vantare caratteristica alcuna per interpretare – almeno allo stato delle cose – partiture verdiane, e, più in generale, opere di tale impegno professionale e culturale. Che oggi, poi, egli possa essere proposto dal Teatro alla Scala con tale disinvoltura è discorso differente che potremo anche proporre in altro momento.

Le contestazioni piuttosto vive che parte del pubblico ha lanciato a regista, direttore e tenore non solo sono state legittime, ma anche ampiamente meritate.

Si è trattato dell’apoteosi pubblica di quanto l’“Era Lissner”, in quasi otto anni, ha prodotto alla Scala. La punta dell’iceberg è l’orchestra palesemente peggiorata, grazie alla disgraziata scelta di avere posto alla guida “suprema” un direttore lutulento come Barenboim.

Bruno Belli.

Varese, domenica 8 dicembre 2013.

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