GIUSEPPE VERDI: UN GIORNO DI REGNO

GIUSEPPE VERDI: UN GIORNO DI REGNO

Loconsolo, Porta, Antonacci, Marianelli, Magrì, Bordogna. Coro ed orchestra del Teatro Regio di Parma. Regia, scene e costumi di Pier Luigi Pizzi. Regia video di Tiziano Mancini.
Parma, gennaio 2010.

1 DVD C MAJOR 720208.

Interpretazione:****

Allestimento e regia: ****

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Pesò a lungo, purtroppo, l’inappellabile ed ingrato giudizio del pubblico scaligero, la sera del 5 settembre 1840, sulla seconda opera del giovane Verdi, Un giorno di regno, attorno alla quale numerosa aneddotica fiorì in modo inadeguato, tanto che, fino alla metà del secolo scorso, nessuno si era preso la briga di scorrere direttamente la partitura. Chi lo avesse fatto, per altro, vi avrebbe trovato un’opera che non aveva meritato il fiasco storico nel quale era incorsa.

Si dovette attendere, così, il 1951, quando la Radio Italiana (allora ci considerava la cultura una cosa seria anche da noi…) correndo il cinquantenario della morte del Cigno di Busseto, propose, con il concorso di artisti di lusso, quasi tutta la produzione verdiana negletta (non entrarono, tra le proposte, però, Alzira, Stiffelio ed Aroldo) affidando alla direzione di Simonetto Un giorno di regno, che annoverava, tra gli altri, alcuni interpreti di chiara fama come Bruscantini, Capecchi e la Pagliughi rispettivamente nei ruoli del Barone di Kelbar, del Cavalier Belfiore e della Marchesa del Poggio.

Per quasi tutti fu un’autentica sorpresa, cui seguirono altre proposte – sebbene rade – ma con sempre maggiore successo da parte di pubblico ed anche della critica che era sembrata più ostica. Potere ascoltare direttamente l’opera, dimostrava che Verdi aveva scritto un lavoro tutt’altro che disprezzabile e secondario, abbondandovi in esso musica di qualità, e di fresca ispirazione, sebbene vi fossero, come era logico aspettarsi, echi di pagine di compositori celebri che lo avevano preceduto.

Ma non era forse stato cos’ anche per Oberto, che pure aveva riscosso un successo più che buono?

Quindi, finalmente si indicarono due cause maggiori dell’insuccesso, con il ricercare con più attenzione nei giornali dell’epoca, negli archivi ed anche nelle “indicazioni” che il Verdi ormai maturo forniva a Ricordi ed a coloro che cercassero di indagare sotto la sua dura scorza, studiata, in parte, da un uomo che fu in grado di essere se stesso, ma anche, nella maturità, di costruire la figura pubblica, lasciando nell’ombra quella privata.

Innanzi tutto, la sera del debutto, la compagnia era risultata inadeguata e, per lo più, in cattiva forma, fatto questo che cominciò ad irritare il pubblico anche verso la partitura che, come tante altre dell’epoca, qua e là echeggiava certo Rossini e Donizetti. Il pollice verso che i Milanesi decretarono al Giorno verdiano fu tanto impietoso, se confrontiamo altri lavori comici coevi di pur minore pregio i quali “passarono” le proprie serate senza subbuglio.

In realtà, Verdi ha composto della musica perfettamente adatta alle situazioni, e, quando non troppo ispirata, di taglio d’altissimo artigianato (penso, ad esempio, al duetto tra Giulia ed Edoardo nel secondo atto, oppure, sempre nello stesso, al Settimino che è una palese reminescenza del Sestetto de La Cenerentola ), con punte di reale bellezza, soprattutto nei “soli” dedicati al personaggio della Marchesa del Poggio e del Cavalier Belfiore. La cavatina che lo presenta nel primo atto, ad esempio, preannuncia chiaramente molto della letteratura che Verdi di lì a poco scriverà per le parti baritonali, non ultimo Carlo nell’Ernani.

L’allestimento registrato nel dvd, è tratto dalle recite al Regio di Parma, nell’ambito del progetto che ha prodotto tutto il catalogo verdiano sulla scena, per il 2010, nella creazione di Pier Luigi Pizzi che riproponeva, con minimi “ritocchi”, regia, scene e costumi che aveva presentato nel 1997 per il medesimo teatro con la stessa protagonista per il ruolo della Marchesa del Poggio.

Si tratta di un allestimento piacevole ed elegante, nel quale le sgargianti tinte degli abiti producono un piacevole contrasto con le sobrie scene che richiamano direttamente porzioni di architettura classica emiliana, con inserti nello stile del Palladio.

Bellissima la regia, attenta a non strafare, ma a calare i personaggi in un clima realistico e credibile, intessuto da un bonario distacco aristocratico che, in realtà, è la quintessenza dei personaggi stessi, dei quali Anna Caterina Antonacci presenta una marchesa eccellente. L’Antonacci, che già nel 1997 vestì con grande onore i medesimi panni, conferisce alla marchesa tutta l’esperienza maturata in questi 13 anni di distanza, accompagnando canto e recitazione con perfetta simbiosi, essendo una grandissima artista, verso la quale la mia ammirazione cresce sempre di più ogni volta che ho il piacere di ascoltarla e di vederla.

Attorno a lei ottimi interpreti, sebbene non tutti sullo stesso piano artistico – in tal senso trovo sempre migliore il “cast” del 1997 – ma, ad ogni modo, seri professionisti, cominciando proprio dal “re”, il Cavalier Belfiore, proposto da Guido Loconsolo, che da prova migliore nel secondo atto, ma che, lungo tutta l’opera, mostra fortunatamente un fraseggio piuttosto ricco.

Ottimo il buffo, Andrea Porta (Barone) ed eccezionale Paolo Bordogna nei panni del Tesoriere, più sciolto del primo soprattutto nella recitazione; veramente elegante il canto di Alessandra Marianelli (Giulietta) e godibile Ivan Magrì (Edoardo), sebbene migliori risultati otterrebbe se lavorasse maggiormente sulle mezze voci, nonostante che la parte sia in gran parte “acuta”.

Bravi, nelle loro piccole parti, ma cantate con pertinenza di fraseggio e con l’ammirevole pregio della dizione chiara ed articolata Ricardo Mirabelli (Conte Ivrea) e Seung Hwa Paek (nel doppio ruolo di Delmonte e di un servitore).

Ben preparato il coro – che all’apertura del secondo atto veste i panni dei cuochi intenti a mestare le pietanze (eco di un’analoga bellissima scena nel Don Pasquale scaligero del 1994…tempi trascorsi, purtroppo, in quel di Milano…) – ed ottima la collaborazione tra il direttore Donato Renzetti e l’Orchestra del Regio di Palma.

Un allestimento che ha molto da insegnare a sovrintendenti e direttori artistici di teatri più blasonati, ma meno seri…chi ha orecchi per intendere…

Bruno Belli

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