CONCERTO DI CAPODANNO DA VIENNA 2014

CONCERTO DI CAPODANNO DA VIENNA 2014

Wiener Philharmonker, Daniel Barenboim.

2 cd, 1 dvd o 1 blu-ray SONY

Interpretazione: **

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Daniel Barenboim è una di quelle persone la cui cultura non si limita alla propria professione, nelle quali, però, l’intellettuale ha la predominanza sull’aspetto artistico. Alla grande cultura ed alle altrettante intenzioni risponde in lui risultato altrettanto inversamente proporzionale.

In altre parole, per chi scrive Barenboim è un grandissimo intellettuale – tra l’altro dei pochissimi che lo siano effettivamente in modo onesto – ma non un artista. Tutte le volte che mi capita di ascoltarlo sento nella sua direzione d’orchestra una massima tensione al dettaglio, alla ricercatezza, purtroppo quasi sempre azzerati da alcune scelte che definire piuttosto grezze è non fare loro alcun torto.

Ad esempio, la concertazione di Barenboim tende ad appesantire le linee degli archi, producendo nei fiati e, se previste, nelle percussioni, ridondanze tali che ogni qual volta mi viene in mente la mia prima insegnante di pianoforte – avevo tra i quattro ed i cinque anni – che mi ammoniva, quando “intensificavo” il suono di “non pestare sui tasti”.

Ecco, sovente la sua interpretazione mi sembra “pestata”: in un repertorio come quello delle pagine viennesi della metà del XIX secolo, dove molti confondono la brillantezza con il crescendo decibel – aspetto affatto pernicioso – Barenboim va a nozze, deturpando il risultato nell’insieme.

Quest’anno, come i miei consueti 4 lettori avranno notato – nella rubrica non avevo reso il conto del Concerto di Capodanno, evento al quale sono molto legato per il fatto che la Storia e la cultura della Vienna tra il secondo Ottocento ed il primo Novecento fanno parte della rosa dei miei continui approfondimenti e studi. Il motivo è professionale: non mi sarebbe piaciuto fornire un giudizio affettato, giacché l’impressione che avevo ricavato dall’interpretazione dei brani affrontati era stata piuttosto deludente.

Mi ripromisi, quindi, che all’uscita del cd e del dvd registrati dal vivo la mattina del 1 gennaio, avrei ascoltato nuovamente il tutto, magari con maggiore attenzione all’insieme per trarne un giudizio più equilibrato.

Invece, resto della medesima opinione, nulla potendo giustificare di certe scelte del maestro Barenboim, il quale, per l’appunto, ad alcune finezze legate alla timbrica dei legni, accompagna debordanti fiondate, poi, che affondano irrimediabilmente l’esito di queste pagine.

Pagine che, in tal modo, non risultano né vive, né spiritose, né dolceamare (una caratteristica tipica di questo repertorio), improntate piuttosto a tempi catatonici che del tutto incongrui restano per polke e marce, ed impropri nel valzer.

Mai – dico mai – mi è capitato da quando avevo 18 anni – quindi ben 5 lustri – di ascoltare una Marcia egiziana, una delle più raffinate composizioni del genere create da Johann Strauss figlio – dai tempi così lenti, dal suono così poderoso, dai piatti così presenti da rasentare quasi la cacofonia se non fosse fatto salvo che i Wiener, pur dal sempre opulento suono, restano la strepitosa e precisa orchestra che sono, in grado di mantenere l’equilibrio anche nei passi laddove il direttore spinga a periclitanti magmi sonori.

Insomma, una direzione che nulla centra con la vivacità, la freschezza la “trasparenza” delle partiture (i “pizzicati” dalla Sylvia di Delibes Barenboim avrebbe potuto risparmiarli sia a noi, sia al povero maestro francese!!!), frutto di una lettura cerebrale dove la noia si taglia a fette.

Bruno Belli

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ADDIO A CLAUDIO ABBADO, ADAMANTINO SIGNORE DEL PODIO.

abbado

Con la morte di Claudio Abbado si chiude l’epoca “d’oro” dei direttori di scuola italiana consapevoli nell’affrontare il più ampio repertorio non solo melodrammatico. Tale consapevolezza nasceva dal fatto che sia assurdo operare una netta divisione tra musica strumentale e melodramma.

Dopo Sinopoli, o, meglio, accanto a questi, Claudio Abbado ha rappresentato il rigore per lo studio e l’amore per l’approfondimento delle poetiche in campo musicale, tanto sinfonico, quanto operistico.

Resta, ora, di questa grande scuola, e ci auguriamo per molti anni a venire, Riccardo Muti, più giovane di qualche anno di Abbado, ma attivo negli stessi anni nei quali il primo proponeva con incisività un “sentire nuovo” del repertorio classico.

Abbado, nato il 26 giugno 1933 in una famiglia di musicisti – il padre Michelangelo fu noto violinista e musicografo, il fratello Marcello, pianista e compositore, oltre che, per anni, direttore del Conservatorio “G. Verdi” di Milano – ebbe una formazione eccellente. Sotto la guida di maestri quali Calace, Paribeni e Votto proprio al Conservatorio milanese si diplomò in pianoforte e composizione, per quest’ultima sotto la guida di Bruno Bettinelli.

La sua completezza in campo musicale si perfezionò a Vienna, dove, in seguito alle lezioni con Swarowsky, si diplomò per la direzione d’orchestra.

Sarebbe inutile, qui, elencare le tappe di una carriera che lo ha visto impegnato non solo sul podio come direttore, ma anche come insegnante in formazioni di musica da camera fino a divenire fondatore di orchestre quali la “Mozart”, tra le sue creature più recenti.

Ed in questo sta la grandezza prima di Abbado: la duttilità nel campo artistico, sposata sempre ad un umanissimo sentire.

Così, ecco che anche le sue direzioni discografiche hanno goduto di prestigiosi premi, sui quali spicca, nel 1978, l’International Record Critics Award per l’incisione del Simon Boccanegra di Verdi, alla guida dei complessi scaligeri, frutto della sua moderna ed intraprendente direzione artistica negli anni Settanta del Novecento. Proprio alla Scala, infatti, Abbado presentò in prima persona, od invitando artisti del calibro di Carlos Kleiber, opere che difficilmente si erano rappresentate con tale fedeltà e completezza del dettato originale, rivelando, in casi come Rossini, creazioni di un Genio travisate, oppure neglette.

Sono proprio la pulizia formale, il suono adamantino, l’asciuttezza del “discorso” musicale, privo di ridondanze, nella migliore tradizione indicata da Toscanini, fanno di Abbado un re del podio, un signore che preferiva una comunicazione diretta con i musicisti e con il pubblico, un artista in grado di rendere l’impalpabilità della musica quasi una vaporosa presenza, ricca di colori, di particolari, che componevano un affresco sempre luminoso, adamantino, dai tratti vigorosi e chiari.

Infine, soprattutto fu un Maestro in evoluzione, come ci attestano le registrazioni di quei capolavori più volte affrontati durante la carriera e licenziati almeno un paio di volte sul disco come, ad esempio, l’integrale delle sinfonie di Beethoven.

Come non ricordare, quindi, gli esiti eccezionali nel sapere valorizzare la tavolozza di colori e di inflessioni della difficilissima partitura del Falstaff verdiano, o il mutevole linguaggio di Mahler, il proteiforme dettato di Wagner, la sublime e vibrante levigatezza di Mozart, le avanguardie del Novecento, rappresentate da Nono, Maderna, Dallapiccola, per citare solo alcuni compositori con cui ebbe rapporti diretti.

Non ultimo suo è il merito di avere presentato un Rossini filologicamente credibile, dove per “filologico” non si intende tanto la pedissequa esecuzione di note o di agogica, ma lo “spirito” della musica del compositore, la sostanza, quindi, atteggiamento questo che dovrebbero imparare tanti rigorosi filologi dell’involucro.

Quando uomini di tale tempra salutano il mondo, si è tutti più tristi, perché essi sono l’attestazione di quali bellezze ed altezze l’uomo sia capace, di che potere abbia l’Arte su tutti noi, di quanto la cultura non sia semplicemente un “processo ingessato”, ma un’integrazione perfetta nel tessuto quotidiano.

Ed Abbado, sovente, prese parte direttamente all’aspetto “sociale” di questo “quotidiano”: ad esempio, negli ultimi anni, meritano di essere ricordate le battaglie per il verde a Milano, tanto da porre quale conditio sine qua non per il suo ritorno nel capoluogo lombardo l’innesto di nuove piante nel numero da lui indicato tra il poco verde dei parchi della città meneghina, lasciando in secondo piano il compenso personale.

Il 30 agosto dello scorso anno era stato nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (Toscanini, a suo tempo, rifiutò la carica, ed è atteggiamento che io avrei preferito trovare anche nel Maestro): Abbado, in modo concreto, in pochi mesi, pur avendo già prospettato dubbi sulla prossima attività per motivi di salute, ne fece già pratico uso; a dicembre, infatti, aveva rinunciato allo stipendio da parlamentare, devolvendolo alla Scuola di Musica di Fiesole per finanziare borse di studio.

E questo attesta la bontà della sua accettazione a sedere in un parlamento che la “cultura” e l’educazione non sa neppure dove stiano.

Dieci giorni fa l’Orchestra Mozart, tra le ultime creature dirette dal maestro, aveva sospeso l’attività: tutti i concerti di Abbado erano stati cancellati.

Lunedì mattina, alle 8,30, dopo 80 anni di presenza tra noi, il suo corpo ci ha lasciati. Non certo il suo spirito.

                                                                                     Bruno Belli

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NICOLA VACCAJ, 16 ARIE DA CAMERA

NICOLA VACCAJ, 16 ARIE DA CAMERA

Monica Carletti, mezzosoprano.

Marco Sollini, pianoforte.

Interpretazione: ****

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 nicola vaccay

Ancora oggi il suo Metodo pratico di canto italiano per camera in quindici lezioni e un’appendice, pubblicato a Londra, durante il soggiorno tra il 1830 ed il 1833, si presenta come uno dei trattati didattici più importanti per coloro che apprendono e che si esercitano nell’arte lirica ed è grazie a questo testo che il nome di Nicola Vaccaj è noto ai più: invero, fatto piuttosto ingrato per un compositore che ha giocato un interessante ruolo nel teatro operistico contemporaneo di Rossini.

Certamente, l’attenzione per la voce, le cui possibilità ed i metodi espressivi fecero parte della sua professione, fa di Vaccaj uno dei più esperti musicisti melodisti e per questo godette meritata fama che non permise a quella di uomo di teatro di salire alla stessa notorietà.

Gli stessi contemporanei ne ebbero coscienza tanto è vero che, nella prefazione alla biografia paterna scritta dal figlio Giulio, l’allievo Girolamo Alessandro Biaggi, compositore e noto critico musicale allievo di Vaccaj, scrisse quanto vale la pena riportare.

“Il Vaccaj non ebbe dalla natura il dono di una bella voce, ma il suo modo di cantare era una perfezione, era un metodo, era un incanto. Pronta e spontanea la emissione dei suoni; la voce ferma e squisitamente modulata, la respirazione tranquilla e inavvertibile, le legature vere legature e non portamenti, i portamenti veri portamenti e non strascichi, la smorzatura condotta ad ultimo grado di finitezza, il fraseggiare scolpito, scolpita la pronunzia; né esagerazioni né affettazioni mai, né grazia senza vigoria, né vigoria senza grazia, né orgasmo né enfasi. E con questo, uno stile severo, castigato, classico, e accenti pieni di vita, di colore e di espressione.

Il canto del Vaccai era il canto come lo definirono gli antichi filosofi greci: una delizia dell’anima. Cantante di tanta e così rara perizia, il Vaccaj fu un insegnante di quel principalissimo ramo dell’arte musicale come non ve ne furono mai che ben pochi, e, ai suoi giorni, come diceva Rossini, unico”.

Tale è la poetica applicata al canto da parte di Vaccaj, per la quale, ampliando il discorso, potremmo definire essere quella della scuola di canto Italiana, contrapposta, ad esempio, alla Tedesca, differente nei principi estetici. Di tale scuola Italiana Vaccaj fu artista fra i più genuini ed, al tempo stesso, tra i più enigmatici tra coloro che vissero ed operarono negli anni che attestano il passaggio tra il Neoclassicismo ed il Romanticismo.

Ad ogni modo, non si deve dimenticare che al teatro Vaccaj donò alcune opere di certo rilievo e, tra di esse, il Romeo e Giulietta del 1825, la quale resta storicamente fondamentale, perché, sullo stesso libretto, da Romani nuovamente adattato, scrisse Bellini i suoi I Capuleti e i Montecchi. Ben presto, il finale dell’opera di Bellini, diversamente strutturato rispetto a quello di Vaccaj, fu soppiantato da quello di quest’ultimo, più adatto a celebrare le doti virtuose della protagonista, soprattutto per la scelta operatane dalla Malibran.

Vaccaj preferì comunque occuparsi maggiormente di didattica: a Milano, presso il Conservatorio fu censore tra il 1836 ed il 1843 ed in questo ruolo autorizzò, l’esecuzione del Messiah di Haendel durante la Settimana Santa , fatto per il quale fu costretto a dimettersi.

Così, tornato nelle Marche per badare ai possedimenti della famiglia (era nato a Tolentino il 15 marzo 1790 da genitori agiati), vi insegnò privatamente fino alla morte, avvenuta a Pesaro, il 6 agosto 1848.

In questi 15 anni trascorsi a Pesaro note furono le sue accademie musicali –a antesignane della soiree rossiniane – dove amici ed allievi si riunivano per suonare e cantare assieme, anche le “novità” che Vaccaj proponeva.

Tra le 16 arie scelte dal mezzosoprano Monica Carletti e Marco Sollini, ve ne sono alcune appartenenti a questo periodo ed altre scritte tra il 1816 ed il 1843, caratterizzate, però, da quei principi di canto così ben indicati dal Biaggi. Si tratta di numerosi piccoli gioielli espressivi che gli interpreti scritturati dalla Concerto adeguatamente affrontano con viva musicalità, competenza, gusto ed eleganza.

Così, se il timbro di Maria Carletti non è tra i più seducenti che si possano ascoltare, si apprezzano, invece, ed è fatto ancor più importante proprio nel canto, la duttilità del fraseggio, il controllo del fiato che permette bellissimo legato, ottima dizione, varietà d’accento.

Marco Sollini afferma ancora una volta la sensibilità e l’eleganza che contraddistinguono le sue interpretazioni pianistiche della letteratura italiana del primo Ottocento.

Bruno Belli

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VII CONCORSO NAZIONALE DI CLAVICEMBALO “ACQUI E TERZO MUSICA”

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VII CONCORSO NAZIONALE DI CLAVICEMBALO “ACQUI E TERZO MUSICA”
EDIZIONE BIENNALE GIOVANI ESECUTORI
12-13-14 Maggio 2014

Termine iscrizioni 15 Aprile 2014
Direzione artistica
Silvia Caviglia
tel. 0144 56578 – cell. 329 5367708
e-mail: terzomusica@gmail.com
Segreteria
Comune di Acqui Terme – Ufficio Cultura
Piazza A. Levi, 12 – 15011 Acqui Terme (AL)
tel. 0144 770272 – fax 0144 57627
e-mail cultura@comuneacqui.com
Informazioni
e-mail: terzomusica@gmail.com
http://www.terzomusica.it
http://www.facebook.com/pages/Concorso-Nazionale-diClavicembalo-Terzo-Musica/260433695017