ADDIO A CLAUDIO ABBADO, ADAMANTINO SIGNORE DEL PODIO.

abbado

Con la morte di Claudio Abbado si chiude l’epoca “d’oro” dei direttori di scuola italiana consapevoli nell’affrontare il più ampio repertorio non solo melodrammatico. Tale consapevolezza nasceva dal fatto che sia assurdo operare una netta divisione tra musica strumentale e melodramma.

Dopo Sinopoli, o, meglio, accanto a questi, Claudio Abbado ha rappresentato il rigore per lo studio e l’amore per l’approfondimento delle poetiche in campo musicale, tanto sinfonico, quanto operistico.

Resta, ora, di questa grande scuola, e ci auguriamo per molti anni a venire, Riccardo Muti, più giovane di qualche anno di Abbado, ma attivo negli stessi anni nei quali il primo proponeva con incisività un “sentire nuovo” del repertorio classico.

Abbado, nato il 26 giugno 1933 in una famiglia di musicisti – il padre Michelangelo fu noto violinista e musicografo, il fratello Marcello, pianista e compositore, oltre che, per anni, direttore del Conservatorio “G. Verdi” di Milano – ebbe una formazione eccellente. Sotto la guida di maestri quali Calace, Paribeni e Votto proprio al Conservatorio milanese si diplomò in pianoforte e composizione, per quest’ultima sotto la guida di Bruno Bettinelli.

La sua completezza in campo musicale si perfezionò a Vienna, dove, in seguito alle lezioni con Swarowsky, si diplomò per la direzione d’orchestra.

Sarebbe inutile, qui, elencare le tappe di una carriera che lo ha visto impegnato non solo sul podio come direttore, ma anche come insegnante in formazioni di musica da camera fino a divenire fondatore di orchestre quali la “Mozart”, tra le sue creature più recenti.

Ed in questo sta la grandezza prima di Abbado: la duttilità nel campo artistico, sposata sempre ad un umanissimo sentire.

Così, ecco che anche le sue direzioni discografiche hanno goduto di prestigiosi premi, sui quali spicca, nel 1978, l’International Record Critics Award per l’incisione del Simon Boccanegra di Verdi, alla guida dei complessi scaligeri, frutto della sua moderna ed intraprendente direzione artistica negli anni Settanta del Novecento. Proprio alla Scala, infatti, Abbado presentò in prima persona, od invitando artisti del calibro di Carlos Kleiber, opere che difficilmente si erano rappresentate con tale fedeltà e completezza del dettato originale, rivelando, in casi come Rossini, creazioni di un Genio travisate, oppure neglette.

Sono proprio la pulizia formale, il suono adamantino, l’asciuttezza del “discorso” musicale, privo di ridondanze, nella migliore tradizione indicata da Toscanini, fanno di Abbado un re del podio, un signore che preferiva una comunicazione diretta con i musicisti e con il pubblico, un artista in grado di rendere l’impalpabilità della musica quasi una vaporosa presenza, ricca di colori, di particolari, che componevano un affresco sempre luminoso, adamantino, dai tratti vigorosi e chiari.

Infine, soprattutto fu un Maestro in evoluzione, come ci attestano le registrazioni di quei capolavori più volte affrontati durante la carriera e licenziati almeno un paio di volte sul disco come, ad esempio, l’integrale delle sinfonie di Beethoven.

Come non ricordare, quindi, gli esiti eccezionali nel sapere valorizzare la tavolozza di colori e di inflessioni della difficilissima partitura del Falstaff verdiano, o il mutevole linguaggio di Mahler, il proteiforme dettato di Wagner, la sublime e vibrante levigatezza di Mozart, le avanguardie del Novecento, rappresentate da Nono, Maderna, Dallapiccola, per citare solo alcuni compositori con cui ebbe rapporti diretti.

Non ultimo suo è il merito di avere presentato un Rossini filologicamente credibile, dove per “filologico” non si intende tanto la pedissequa esecuzione di note o di agogica, ma lo “spirito” della musica del compositore, la sostanza, quindi, atteggiamento questo che dovrebbero imparare tanti rigorosi filologi dell’involucro.

Quando uomini di tale tempra salutano il mondo, si è tutti più tristi, perché essi sono l’attestazione di quali bellezze ed altezze l’uomo sia capace, di che potere abbia l’Arte su tutti noi, di quanto la cultura non sia semplicemente un “processo ingessato”, ma un’integrazione perfetta nel tessuto quotidiano.

Ed Abbado, sovente, prese parte direttamente all’aspetto “sociale” di questo “quotidiano”: ad esempio, negli ultimi anni, meritano di essere ricordate le battaglie per il verde a Milano, tanto da porre quale conditio sine qua non per il suo ritorno nel capoluogo lombardo l’innesto di nuove piante nel numero da lui indicato tra il poco verde dei parchi della città meneghina, lasciando in secondo piano il compenso personale.

Il 30 agosto dello scorso anno era stato nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (Toscanini, a suo tempo, rifiutò la carica, ed è atteggiamento che io avrei preferito trovare anche nel Maestro): Abbado, in modo concreto, in pochi mesi, pur avendo già prospettato dubbi sulla prossima attività per motivi di salute, ne fece già pratico uso; a dicembre, infatti, aveva rinunciato allo stipendio da parlamentare, devolvendolo alla Scuola di Musica di Fiesole per finanziare borse di studio.

E questo attesta la bontà della sua accettazione a sedere in un parlamento che la “cultura” e l’educazione non sa neppure dove stiano.

Dieci giorni fa l’Orchestra Mozart, tra le ultime creature dirette dal maestro, aveva sospeso l’attività: tutti i concerti di Abbado erano stati cancellati.

Lunedì mattina, alle 8,30, dopo 80 anni di presenza tra noi, il suo corpo ci ha lasciati. Non certo il suo spirito.

                                                                                     Bruno Belli

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