ENTARTETE MUSIK

Ristampa del progetto culturale Decca

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la copertina dell'originale con cui si presentava la collanaTorna disponibile, per ora soltanto parzialmente, l’importante progetto culturale “Entartete Musik” che la DECCA percorse con lungimiranza e dispendio di grandi energie, sia sul campo degli interpreti, sia per le realizzazioni discografiche circa 20 anni or sono.

Non indifferente, oggi, il fatto che i titoli pubblicati fino ad ora, siano disponibili a medio prezzo: un vantaggio che permette, così, di avvicinarsi, o di approfondire, quel repertorio “negletto” del primo Novecento, “espunto”, per diversi motivi, dal Reich nazista.

Entartete Musik, “musica degenerata”, era l’appellativo con il quale si bollavano quei musicisti che non “si confacevano” alla filosofia della dittatura nazionalsocialista: potevano essere, quindi, o ebrei, o comunisti (che lo fossero effettivamente, non importava, bastava di essi “averne sentore”), o semplicemente artisti che non intendevano partecipare ad una politicizzazione dell’arte.

Si tratta, quindi, di un vasto patrimonio di musica per lo più soppressa dal Terzo Reich, gli autori della quale o emigrarono all’estero – soprattutto verso gli Stati Uniti e la Svizzera – o perirono nei campi di concentramento. Per la verità, nel progetto originario della DECCA, così come nella ristampa, entrarono a far parte anche autori che non ebbero un confronto diretto con il Terzo Reich, ma che ebbero, invece, rapporti diretti con i colleghi musicisti coinvolti nel “marchio” cui li sottoponeva la dittatura.

Poiché il Terzo Reich aveva sfruttato il potere emotivo della musica (si pensi alla strumentalizzazione dell’opera di Wagner), la musica d’avanguardia cercò di conquistare l’“obiettività”, di neutralizzare l’espressione, cosicché si potesse impedire che la musica fosse ancora utilizzata in chiave puramente strumentale.

In realtà, avvenne sovente che le stesse musiche ed i medesimi compositori che erano stati in precedenza banditi come avanguardia, ora erano respinti come reazionari.

Tra questi, uno di loro fu Berthold Goldschmidt, autore che riassumeva l’esperienza straussiana con l’espressionismo, un artista, ancora oggi, tra i più conosciuti al pubblico. Egli fu sgradito al regime in quanto inteso quale reazionario: il caso della sua Der gewaltige Hanrei è, in tal senso, esemplare.

L’opera, che è tra i cd ristampati. Fu un grande successo di pubblico e di critica nel 1932, non appena apparve; già al principio del 1933 fu bandita dal territorio tedesco.

Medesimo discorso vale per Korngold, di cui la DECCA aveva inserito nella collana – ed è già tra i titoli ristampati – una splendida edizione de Una tragedia fiorentina (tratta dall’aborrito, al regime, Oscar Wilde) con l’eccezionale bacchetta di Riccardo Chailly ed una meravigliosa Iris Vermillion quale protagonista.

All’opposto, tra i progressisti dell’anteguerra, che seppe scuotere la società ancora negli anni trenta fu Ernst Krenek, con la sua opera Jonny spielt auf, la quale incarna in pieno l’epiteto allora coniato di Entartete Musik: un essere offensivo, per la filosofia nazista, mezzo scimmia e mezzo negro, che suona un sassofono con la stella di Davide sul risvolto dello smoking, chiamato “Jonny”, diventò il simbolo della musica non gradita dal regime. Eppure, l’opera fu un grande successo a livello europeo, proponendo, tra l’altro, al pubblico, per la prima volta, suoni e scene familiari tratte dal mondo contemporaneo: automobili, fischietti, orchestre jazz, sirene di fabbriche, campanelli elettrici, allarmi aerei.

Tra gli autori che sono riproposti, oltre a quelli citati, si trovano artisti più noti ed altri quasi sconosciuti al grande pubblico: si va da Walter BraunfelsGli uccelli da Aristofane è musica di altissimo livello, piena di melodie molto toccanti ed anche di spirito – un artista che, se non fosse stato Ebreo, sarebbe potuto divenire il modello del compositore tedesco, a Viktor Ulmann, da Erwin Schuloff a Franz Schreker, da Hans Eisler a Pavel Haas, a Paul Hindemith, per ascoltare musica di differenti generi, dall’opera al balletto, dalla sinfonia al complesso da camera, sino a giungere ad un disco che si ritrova con vivo piacere: un’antologia di musiche per Cabaret berlinesi interpretate dall’eccezionale Ute Lemper e dal Matrix Ensemble.

Dobbiamo augurarci che la riproposta non sia soltanto parziale, ma che si provveda a pubblicare nuovamente l’intero catalogo di questa Entartete Musik per rivolgerle un invito: Guten Tag, Lieben herzliche Musik!.

                                                                                     Bruno Belli.

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TROVATORE ALLA SCALA, LA VERA STAR E’ LEONORA

di ELENA PERCIVALDI, 19 febbraio 2014

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E’ stato tutto sommato un successo, quello del “Trovatore” di Giuseppe Verdi, che torna al Teatro alla Scala di Milano dopo ben quattordici anni di assenza (inaugurò la stagione 2000-2001 del centenario della morte del compositore). Scriviamo “tutto sommato” perché abbiamo assistito alla seconda rappresentazione, non alla prima che invece è stata contestata a tratti duramente dal pubblico. Ormai, a quanto pare, è al Piermarini un rito che si svolge a prescindere dalla qualità della proposta. Fa chic ed è di tendenza. Sed cui prodest?

Tornando allo spettacolo, non abbiamo timore a dire che il giovane Daniele Rustioni ci ha proprio convinto in questa lettura del capolavoro verdiano. La sua direzione è stata equilibrata, e si è mosso dosando con grande sapienza sia la forza tragica sia l’idillio sognante, restituendo in particolare alle scene “notturne” un’atmosfera vaga dai tratti quasi…leopardiani. Ha poco più di trent’anni, ha un bel piglio, ci sembra scattante e motivatissimo: personalmente ci auguriamo di riascoltarlo presto.

Venendo ai cantanti, splendida è Maria Agresta nel ruolo di Leonora, cui dà corpo (anche se il corpo, per gran parte dell’opera, è come ben si sa negato), passione e anima. Tecnica eccellente, bellissimi i trilli e i vocalizzi in “Di tale amor che dirsi”, magia pura il “Tacea la notte placida”, maiuscola “D’amor su l’ali rosee” così sospesa che pareva di stare in un sogno. Alla fine risulta lei la vera protagonista. Ed è abbastanza ironico, visto che in fase di gestazione dell’opera – come è ben noto – la protagonista doveva essere la zingara (e darle pure il titolo) con la fanciulla a rivestire il ruolo di mera «comprimaria».

Marcelo Álvarez come Manrico supera la prova di misura e senza entusiasmare. Peccato. La voce sembra aver perso la potenza e lo smalto di un tempo, anche se come un work in progress cresce pian piano durante la rappresentazione. Quello che sembra interessargli di più è però il personaggio, cui regala attimi di vibrante passione e persino di furore (duetto finale prima della morte di Leonora). Il timbro è sempre morbido e bello, sia chiaro, ma qualcosa non va e si capisce anche nella celebre “Pira”, col do finale centrato ma non certo squillante.

trovatore3Abbastanza deludente, invece, la prova di Franco Vassallo, chiamato a sostituire come Conte di Luna il grande Leo Nucci  (che, fa sapere il Teatro alla Scala, «ha deciso di eliminare definitivamente il ruolo di Conte di Luna dal proprio repertorio perché non più congeniale a lui in questa fase della sua carriera»). Il personaggio del Conte verdiano è certamente passionale (nel bene e soprattutto nel male), ma non perde mai anche nei momenti topici quella nobile eleganza che invece Vassallo sembra lasciare in disparte per evidenziarne solo gli aspetti brutali e collerici. Anche vocalmente non ci è sembrato troppo nella parte: non che abbia sbagliato, ma ci è parso davvero tutto, troppo, di un pezzo. Non ci è dispiaciuta invece nel complesso la Azucena di Ekaterina Semenchuk, da apprezzare più sul piano interpretativo che vocale: la sua resa della zingara visionaria e vendicativa è azzeccata, e l’abbiamo trovata particolarmente efficace nel duetto del racconto, dove ha saputo essere agghiacciante. La voce ha un bel timbro, il registro basso interessante e corposo, ma più si sale e più emergono le difficoltà: nelle note alte purtroppo perde di intonazione e si avvicina all’urlo e allo stridulo. Anche in “Stride la vampa” poteva fare di meglio. Certo, va anche detto che se la pietra di paragone è la Violeta Urmana del 2000, il banco di prova è arduo per chiunque.

E a proposito di passato, l’allestimento proposto rimetteva in scena come detto proprio quello del 2000 con regia, scene e costumi di Hugo De Ana. Inutile parlarne diffusamente di nuovo. Diremo solo che ha sempre il suo perché, con quelle atmosfere cupissime giocate sul nero notte, i bagliori di fuoco richiamati dai drappi rossi in lontananza, le scene di guerra, il mucchio di cadaveri che sovrasta il carcere alla fine. L’unica pecca, che si riscontra comunemente del resto quando a firmare tutto è un’unica mano, è la fissità della recitazione dei personaggi, sui quali non è stato operato un profondo lavorio psicologico (lasciato altresì con esiti alterni, come abbiamo visto, ai cantanti). Scene comunque sempre bellissime da vedere, e in un momento in cui invece pare trendy negare, pregiudizialmente, qualsiasi richiamo estetico, a nostro modesto avviso questa è una cosa non da poco.

Repliche 20, 22, 25 febbraio, 1, 4, 6 e 7 marzo.

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FOTO:  Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

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LUIGI CHERUBINI, CANTATAS

Koelner Akademie (strumenti originali), Michael Alexander Willens.

Interpretazione:****

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Oltremodo apprezzabile la pubblicazione del presente cd che permette di ascoltare qualche esempio appartenente alle cantate cherubiniane. Del resto, Luigi Cherubini è tuttora un compositore molto più conosciuto sotto il profilo storico che non per il diretto confronto con la sua musica, nonostante gli apprezzabili approfondimenti condotti soprattutto da Riccardo Muti tra l’ultimo tratta del Novecento ed il primo lustro del secolo attuale.

Tranne che per Medea, tra l’altro grazie alle rappresentazioni possibili solo quando vi sia la presenza di un’interprete adatta, assai di rado capita di ascoltare qualche opera di Cherubini nei teatri; la discografia, poi, resta sparuta limitandosi, oltre al lavoro citato, ai soli live, molti di vecchia data, con numerosi tagli, e di ascolto non sempre ottimo, di Lodoiska, Alì Babà, Les deux journées, Pigmalione, L’osteria portoghese, Elisa, Les Abencerrages ed il pressoché introvabile Il giocatore, unico esempio disponibile appartenente ai primi anni della carriera di un compositore tra i più densi artisticamente che la Storia della musica annoveri.

Sempre grazie a Muti si sono diffuse abbastanza alcune delle Messe, tra le quali talune affrontate anche da altre pregevoli bacchette come, Markevitch, Rilling, Spering e Gavazzeni (quanto ancora dovremmo perché sia disponibile sul mercato l’ottima registrazione Rai della Messa di Chimay, guidata dal grande Maestro bergamasco?).

I quartetti godono di sporadiche letture ed anche di un trio di ottime registrazioni licenziate da Deutsche Grammophon, Decca e CPO, Salvatore Accardo ci ha lasciato una mirabile incisione del Quintetto, ma, all’appello, manca quasi tutta la musica vocale.

In altre parole, manca la produzione che fece di Cherubini il maestro ammirato ed autorevole per i contemporanei.

Così, la CPO, anche se con poco, ci permette di avvicinarsi a talune “pagine di circostanza” le quali, trattandosi di Cherubini, nulla hanno che possa essere attribuito alla fretta, al disinteresse, al “disimpegno”. Cherubini resta, infatti, uno dei compositori più attenti e consapevoli di quanto significhi l’impegno nell’opera d’arte.

Tra le pagine d’occasione, si annoverano 13 cantate, 19 cori per solennità civili o per spettacoli, quasi tutte composte in epoca rivoluzionaria, 64 canoni a 2-3-4 voci ed una sessantina tra romanze, ariette e madrigali ad una voce, quest’ultimo gruppo destinato all’esecuzione tra amici o per l’album di qualche ammiratore.

Il valore varia secondo i pezzi, ma si mantiene sempre superiore alla media delle pagine consimili create dai contemporanei: esplorare, però, questo materiale riserva il fascino della scoperta di autentiche piccole gemme.

Amphion è la pagina più antica tra quelle qui registrate: si tratta di una cantata massonica per la Loge Olympique di Parigi scritta nel 1786, cui seguì, tre anni dopo, per la medesima destinazione, Circé.

Clytemnestre, alla pari dei tre cori funebri per il generale Mirabeau, invece, fu creata durante la Rivoluzione, nel 1793, come già suggerisce l’argomento: la donna è vista quale colei che ha saputo “giustiziare” il tiranno, ella rappresenta il sacrificio per la Libertà.

La diversità di destinazione di queste pagine non incide minimamente sul rigoroso e severo stile di Cherubini, la cui orchestra è viva, ricca di colori, di impasti sonori, frutto di idee non sempre originalissime, ma incisive, pertinenti al testo.

Di certo, egregio lavoro ha effettuato Michael Alexander Willens alla guida della Koelner Akademie, grazie anche all’apporto di cantanti di sicura professionalità: abbiamo così la possibilità di ascoltare con interesse e con piacere queste musiche che meriterebbero una maggiore diffusione nel repertorio di artisti che, spesso per motivi “commerciali”, le case discografiche indirizzano a scelte ripetitive e consuete, artisti che, invece, potrebbero suggerire autentiche interpretazioni illuminanti di un compositore con il quali fecero i conti la maggior parte dei musicisti vissuti tra gli ultimi trent’anni del Settecento ed i primi tre quarti dell’Ottocento.

                                                                                     Bruno Belli.

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PRIMAVERA CHE CI PORTA? IL NUOVO CD DEDICATO AD ANDREA LUCHESI PER “CONCERTO”.

Massimo Belli guida nuovamente l’Orchestra “Ferruccio Busoni” per 5 sinfonie del compositore trevigiano.

luchesi concerti e sinfonie

 

Dopo il precedente cd che vedeva impegnati il pianista Roberto Plano e l’Orchestra Busoni guidata da Massimo Belli, la Concerto , emerita casa milanese che fa la propria forza sugli artisti italiani tanto interpreti quanto compositori, pubblicherà in primavera una nuova registrazione dedicata al compositore nativo di Motta di Livenza. 

Impegnata sempre l’Orchestra Busoni guidata da Massimo Belli, il disco presenterà cinque sinfonie di Luchesi che, accanto alle due incise nel precedente disco, completano, quasi per intero, la silloge sicuramente autentica. Quasi per intero, dicevo, e tra poco vedremo perché.

Ringraziando i responsabili dell’etichetta milanese per la fiducia che mi hanno rinnovato con l’affidarmi la stesura delle note di accompagnamento ed il contatto con il maestro Belli (con il quale, nonostante il medesimo cognome, non ho alcun legame di parentela) per impostare un discorso “critico” che potrebbe prevedere aggiunte in futuro, fornirò, pertanto, una sintesi di quello che l’ascoltatore potrà trovare nel cd.

Grazie all’attenzione sull’opera di Andrea Luchesi sollecitata dallo studio severo e rigoroso di Claudia Valder-Knechtges ed dall’appassionata ricerca di Giorgio Taboga, è possibile, infatti, considerare l’effettiva portata del compositore italiano all’interno della frastagliata e poliforme attività musicale della seconda metà del Settecento.

La produzione strumentale al momento sicuramente autentica pervenutaci, di Luchesi annovera Due concerti per fortepiano, le 6 sonate per cembalo con accompagnamento di violino op.1, le ouvertures operistiche, per le quali la vita si interseca con le 8 sinfonie.

Il gruppo di sinfonie luchesiane certe sono ascrivibili al periodo veneziano o, tutt’al più, ai primi anni d’approccio con la società musicale di Bonn. Risalta, però, in queste composizioni, la perizia compositiva che manifesta notevole attenzione verso un discorso armonico ed architettonico che tende ad allontanarsi dall’esperienza compiuta a Venezia grazie ai rapporti tenuti con Galuppi, Bertoni, Cocchi, Saratelli e Gallo.  

Ad esempio, la parte prevista per la viola, rispetto alla produzione coeva, manifesta i primi sviluppi di un discorso che tende ad ampliare il proprio ruolo nell’organico, non restando sempre assimilata ai bassi, ma essendo talora gratificata con passaggi di rilievo. 

Non si dimentichi che Luchesi, il quale dimostra di avere avuto una peculiare sensibilità verso il mondo che lo circondava, proprio a Bonn, quale Kappelmeister – ebbe modo di frequentare l’archivio musicale entrando in contatto con i lavori di Evaristo e Felice Dall’Abaco, musicisti italiani che avevano “esportato” la loro esperienza strumentale (principalmente della Scuola romana di Corelli) nel crocevia che poneva in diretto contatto Mannheim e Vienna, i poli delle scuole tedesche per antonomasia, i cui esponenti, però, erano in stretto rapporto con i colleghi provenienti dall’Italia.  

Dalle testimonianze coeve dopo il 1773, Luchesi non avrebbe prodotto opere strumentali per la divulgazione dato il rapporto di esclusiva che vietava al Nostro di figurare a suo nome senza l’autorizzazione del principe.

Resta il fatto che alcune copie delle sue sinfonie si trovano in diverse biblioteche europee che raccolgono la produzione che “circolava” tra la Germania e l’Impero Asburgico nel secondo Settecento: sfogliando le partiture delle stesse, ci si accorge che alcune sono originali, mentre altre non sono che l’adattamento di alcune delle ouvertures di Luchesi.  

Il documento più interessante si trova a Stoccolma, manoscritto. La partitura, con la quale si trovano anche le parti staccate, è titolata Sinfonia in re maggiore del signore Andrea Lucchesi (sic): prevede, accanto ai consueti archi, 2 oboi, 2 corni, 2 flauti, timpani e 2 trombe.

Ho avuto il piacere di poterla scorrere e, confrontata con l’ouverture de L’isola della fortuna (1765), è manifesto che si tratta della medesima composizione cui furono aggiunti i timpani e le trombe dal Kappelmeister Per Brandt che, in tal modo adattò la pagina al più ampio organico a disposizione della Cappella reale svedese.  

Caso analogo si registra per la Sinfonia in re maggiore, presente nel cd in uscita, conservata in copia manoscritta a Bergamo: essa fa parte dell’immenso e pregiatissimo “Fondo Mayr”. Alla Biblioteca Estense di Ferrara, però, esistono le parti strumentali della cantata Il Natal di Giove (quelle vocali sono perdute), su testo di Metastasio, lavoro che Luchesi presentò nel 1772 a Bonn, per una circostanza non meglio identificata che, considerata la scelta del soggetto, dovrebbe riferirsi o ad una nascita illustre, o al festeggiamento di un genetliaco. 

Alla Biblioteca Estense di Ferrara, però, esistono le parti strumentali della cantata Il Natal di Giove (quelle vocali sono perdute), su testo di Metastasio, lavoro che Luchesi presentò nel 1772 a Bonn, per una circostanza non meglio identificata che, considerata la scelta del soggetto, dovrebbe riferirsi o ad una nascita illustre, o al festeggiamento di un genetliaco. Il confronto tra le stesse pone in evidenza la netta derivazione della Sinfonia in re maggiore dall’ouverture della cantata.

Giova a questo punto ricordare che era costume all’epoca che le migliori sinfonie d’opera potessero essere divulgate, talvolta anche senza autorizzazione del compositore, anche come pagine indipendenti: emblematico il caso della Sinfonia in si bemolle maggiore di Cimarosa, la quale è l’ouverture de L’Italiana in Londra.

Questo discorso serve a dimostrare, non mi stancherò di ripeterlo, i rapporti diretti che si intrecciavano tra i compositori durante un’epoca che attribuiva alla musica uno “status sociale”: ad essa la società più evoluta dedicava, infatti, parte della propria giornata.

Oltre alla sinfonia proveniente dall’archivio di Bergamo per quanto riguarda le altre incise nel cd in questione, tre provengono dagli archivi praghesi: in Sol maggiore (2 oboi, 2 corni, archi), in Do maggiore (2 flauti, 2 corni, archi), in Mi maggiore (2 oboi, 2 corni, archi) ed una, in Si bemolle maggiore (2 flauti, 2 oboi, 2 corni, archi) da Dresda.

Si tratta del consueto organico in voga al tempo, ma tali pagine attestano le qualità di un compositore molto più che “artigianale” come spesso è stato definito: un artista che conserva, nel rapporto tra le diverse “scuole”, ratti di originalità che comprendono e temperano le differenze tra le stesse indicando la via per il Classicismo che Vienna cullò e perfezionò.

Bruno Belli

 

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LUCIA-EDGARDO, GHIACCIO BOLLENTE

LUCIA-EDGARDO, GHIACCIO BOLLENTE
Il capolavoro di Donizetti trionfa alla Scala. Con qualche ma…

di ELENA PERCIVALDI, 4 febbraio 2014

luciadilammermoor

Scroscianti applausi per i protagonisti per la Lucia di Lammermoor andata in scena il primo febbraio alla Scala di Milano. Il capolavoro di Donizetti tornava dopo otto anni in una produzione internazionale, e dopo la controversa e problematica apertura con la Traviata verdiana rivista da Tcherniachov, si sentiva forse il bisogno di un allestimento più tradizionale ed esteticamente appagante. Ed è quello, ormai ben noto e splendido,  di Mary Zimmerman che  debuttò nel 2007 al Met: scene trasportate nell’Inghilterra vittoriana, luci crepuscolari, fantasmi, lussuosi interni e cimiteri  gotici che rimandano alle atmosfere dipinte da  Caspar David Friedrich. E gli eccezionali i costumi di Mara Blumenfeld a completare il tutto, una vera gioia per gli occhi.

Veniamo alla parte musicale. Diciamo subito che abbiamo apprezzato tantissimo il basso  Sergey Artamonov nel ruolo di Raimondo: presenza scenica importante, voce chiara e pulita, elegantissimo nel portamento, nobile nel fraseggio, sicuro nell’emissione e sempre perfettamente intonato. Davvero una  prova eccellente. Così come ci ha convinto molto Massimo Cavalletti  nel tratteggiare un Enrico spietato, cattivo, tutto di un pezzo: ha giganteggiato sulla scena in tutti i sensi. Non altrettanto la russa Albina Shagimuratova, Lucia peraltro apprezzatissima dal pubblico, che sinceramente non ci ha fatto impazzire. Così così la presenza scenica, qualche incertezza nell’intonazione soprattutto nei duetti, voce tutto sommato piatta e tendenza a risolvere il personaggio con le puntature al sovracuto finali eliminando la complessità psicologica di un personaggio che, decisamente, è assai meno algido e scolpito nel marmo di quanto non lo faccia sembrare. Del resto, la russa è stata di recente alla Scala una convincente Regina della Notte: ma Lucia è – deve essere – un’altra cosa. Al ghiaccio della  Shagimuratova ha fatto da contraltare il calore persino eccessivo di Vittorio Grigolo, un Edgardo infuocato di passione.

Il tenore aretino è dotato di una voce splendida e corposa, materiale di primissimo ordine e grande tecnica. Però questo magma vulcanico, che impersona perfettamente il “giovanile ardore” del personaggio, è penalizzato da una recitazione spesso ipercinetica e sopra le righe. Nel II atto, ad esempio, si agita come un folle durante tutta la scena del matrimonio e finisce, letteralmente, per prendere la povera Lucia per i capelli: efficacissimo, è vero, ma è stato come ricevere un pugno nello stomaco.

Di non particolare rilievo le prestazioni degli altri: Massimiliano Chiarolla (Normanno), Barbara De Castri (Elisa) e Juan Francisco Gatell (Arturo). Quest’ultimo ha voce limpida ma talmente leggera che quasi non si sente. Ottima come di consueto la prestazione del coro di Bruno Casoni, buona infine la direzione di  Pier Giorgio Morandi, al quale sono stati rimproverati a torto (dal loggione) alcuni tagli che a dire la verità non ci sono parsi delittuosi, essendo per la maggior parte le ripetizioni dei “da capo” e qualche recitativo. Il che ha dato invece innegabilmente più fluidità e compattezza alla scena.

Repliche 7, 11, 14, 16, 19, 21, 23 e 28 febbraio.

XXVI CONCORSO NAZIONALE PER GIOVANI PIANISTI “ACQUI E TERZO MUSICA”

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L’associazione Terzo Musica, il Comune di Acqui Terme ed il Comune di Terzoindicono il
XXVI Concorso nazionale per giovani pianisti “ACQUI E TERZO MUSICA”.
Il  Concorso,  riservato  a  concorrenti italiani e  stranieri  residenti in  Italia, si terrà aTerzo nei giorni 17 e 18 Maggio 2014.
Lo svolgimento del Concorso potrà essere anticipato o posticipato di una settimana in caso di concomitanza con una eventuale tornata elettorale.

Il Concorso si articola nelle seguenti categorie:

– 17 maggio 2014: Primi passi nella musica,rassegna pianistica aperta agli alunni di età compresa tra gli 11 e i 14anni.

– 18  maggio 2014: Rassegna giovani esecutori  “A. Tavella”

Montepremi: 2000 euro
Scadenza iscrizioni: 8 Maggio 2014

Per informazioni:
Segreteria Concorso nazionale giovani pianisti“Acqui e Terzo Musica”
Presso Ufficio Cultura- Comune di Acqui Terme, Piazza A. Levi n.12
15011 Acqui Terme (Al)

Per informazioni rivolgersi agli enti od alle persone sotto indicate:
Ufficio Cultura del Comune di Acqui Terme 15011, Acqui Terme (Al).
Tel.0144/770272 E-Mail: cultura@acquiterme.it
Enrico Pesce: Tel. 347-2731107 / 320-8453313