LUCIA-EDGARDO, GHIACCIO BOLLENTE

LUCIA-EDGARDO, GHIACCIO BOLLENTE
Il capolavoro di Donizetti trionfa alla Scala. Con qualche ma…

di ELENA PERCIVALDI, 4 febbraio 2014

luciadilammermoor

Scroscianti applausi per i protagonisti per la Lucia di Lammermoor andata in scena il primo febbraio alla Scala di Milano. Il capolavoro di Donizetti tornava dopo otto anni in una produzione internazionale, e dopo la controversa e problematica apertura con la Traviata verdiana rivista da Tcherniachov, si sentiva forse il bisogno di un allestimento più tradizionale ed esteticamente appagante. Ed è quello, ormai ben noto e splendido,  di Mary Zimmerman che  debuttò nel 2007 al Met: scene trasportate nell’Inghilterra vittoriana, luci crepuscolari, fantasmi, lussuosi interni e cimiteri  gotici che rimandano alle atmosfere dipinte da  Caspar David Friedrich. E gli eccezionali i costumi di Mara Blumenfeld a completare il tutto, una vera gioia per gli occhi.

Veniamo alla parte musicale. Diciamo subito che abbiamo apprezzato tantissimo il basso  Sergey Artamonov nel ruolo di Raimondo: presenza scenica importante, voce chiara e pulita, elegantissimo nel portamento, nobile nel fraseggio, sicuro nell’emissione e sempre perfettamente intonato. Davvero una  prova eccellente. Così come ci ha convinto molto Massimo Cavalletti  nel tratteggiare un Enrico spietato, cattivo, tutto di un pezzo: ha giganteggiato sulla scena in tutti i sensi. Non altrettanto la russa Albina Shagimuratova, Lucia peraltro apprezzatissima dal pubblico, che sinceramente non ci ha fatto impazzire. Così così la presenza scenica, qualche incertezza nell’intonazione soprattutto nei duetti, voce tutto sommato piatta e tendenza a risolvere il personaggio con le puntature al sovracuto finali eliminando la complessità psicologica di un personaggio che, decisamente, è assai meno algido e scolpito nel marmo di quanto non lo faccia sembrare. Del resto, la russa è stata di recente alla Scala una convincente Regina della Notte: ma Lucia è – deve essere – un’altra cosa. Al ghiaccio della  Shagimuratova ha fatto da contraltare il calore persino eccessivo di Vittorio Grigolo, un Edgardo infuocato di passione.

Il tenore aretino è dotato di una voce splendida e corposa, materiale di primissimo ordine e grande tecnica. Però questo magma vulcanico, che impersona perfettamente il “giovanile ardore” del personaggio, è penalizzato da una recitazione spesso ipercinetica e sopra le righe. Nel II atto, ad esempio, si agita come un folle durante tutta la scena del matrimonio e finisce, letteralmente, per prendere la povera Lucia per i capelli: efficacissimo, è vero, ma è stato come ricevere un pugno nello stomaco.

Di non particolare rilievo le prestazioni degli altri: Massimiliano Chiarolla (Normanno), Barbara De Castri (Elisa) e Juan Francisco Gatell (Arturo). Quest’ultimo ha voce limpida ma talmente leggera che quasi non si sente. Ottima come di consueto la prestazione del coro di Bruno Casoni, buona infine la direzione di  Pier Giorgio Morandi, al quale sono stati rimproverati a torto (dal loggione) alcuni tagli che a dire la verità non ci sono parsi delittuosi, essendo per la maggior parte le ripetizioni dei “da capo” e qualche recitativo. Il che ha dato invece innegabilmente più fluidità e compattezza alla scena.

Repliche 7, 11, 14, 16, 19, 21, 23 e 28 febbraio.

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