PRIMAVERA CHE CI PORTA? IL NUOVO CD DEDICATO AD ANDREA LUCHESI PER “CONCERTO”.

Massimo Belli guida nuovamente l’Orchestra “Ferruccio Busoni” per 5 sinfonie del compositore trevigiano.

luchesi concerti e sinfonie

 

Dopo il precedente cd che vedeva impegnati il pianista Roberto Plano e l’Orchestra Busoni guidata da Massimo Belli, la Concerto , emerita casa milanese che fa la propria forza sugli artisti italiani tanto interpreti quanto compositori, pubblicherà in primavera una nuova registrazione dedicata al compositore nativo di Motta di Livenza. 

Impegnata sempre l’Orchestra Busoni guidata da Massimo Belli, il disco presenterà cinque sinfonie di Luchesi che, accanto alle due incise nel precedente disco, completano, quasi per intero, la silloge sicuramente autentica. Quasi per intero, dicevo, e tra poco vedremo perché.

Ringraziando i responsabili dell’etichetta milanese per la fiducia che mi hanno rinnovato con l’affidarmi la stesura delle note di accompagnamento ed il contatto con il maestro Belli (con il quale, nonostante il medesimo cognome, non ho alcun legame di parentela) per impostare un discorso “critico” che potrebbe prevedere aggiunte in futuro, fornirò, pertanto, una sintesi di quello che l’ascoltatore potrà trovare nel cd.

Grazie all’attenzione sull’opera di Andrea Luchesi sollecitata dallo studio severo e rigoroso di Claudia Valder-Knechtges ed dall’appassionata ricerca di Giorgio Taboga, è possibile, infatti, considerare l’effettiva portata del compositore italiano all’interno della frastagliata e poliforme attività musicale della seconda metà del Settecento.

La produzione strumentale al momento sicuramente autentica pervenutaci, di Luchesi annovera Due concerti per fortepiano, le 6 sonate per cembalo con accompagnamento di violino op.1, le ouvertures operistiche, per le quali la vita si interseca con le 8 sinfonie.

Il gruppo di sinfonie luchesiane certe sono ascrivibili al periodo veneziano o, tutt’al più, ai primi anni d’approccio con la società musicale di Bonn. Risalta, però, in queste composizioni, la perizia compositiva che manifesta notevole attenzione verso un discorso armonico ed architettonico che tende ad allontanarsi dall’esperienza compiuta a Venezia grazie ai rapporti tenuti con Galuppi, Bertoni, Cocchi, Saratelli e Gallo.  

Ad esempio, la parte prevista per la viola, rispetto alla produzione coeva, manifesta i primi sviluppi di un discorso che tende ad ampliare il proprio ruolo nell’organico, non restando sempre assimilata ai bassi, ma essendo talora gratificata con passaggi di rilievo. 

Non si dimentichi che Luchesi, il quale dimostra di avere avuto una peculiare sensibilità verso il mondo che lo circondava, proprio a Bonn, quale Kappelmeister – ebbe modo di frequentare l’archivio musicale entrando in contatto con i lavori di Evaristo e Felice Dall’Abaco, musicisti italiani che avevano “esportato” la loro esperienza strumentale (principalmente della Scuola romana di Corelli) nel crocevia che poneva in diretto contatto Mannheim e Vienna, i poli delle scuole tedesche per antonomasia, i cui esponenti, però, erano in stretto rapporto con i colleghi provenienti dall’Italia.  

Dalle testimonianze coeve dopo il 1773, Luchesi non avrebbe prodotto opere strumentali per la divulgazione dato il rapporto di esclusiva che vietava al Nostro di figurare a suo nome senza l’autorizzazione del principe.

Resta il fatto che alcune copie delle sue sinfonie si trovano in diverse biblioteche europee che raccolgono la produzione che “circolava” tra la Germania e l’Impero Asburgico nel secondo Settecento: sfogliando le partiture delle stesse, ci si accorge che alcune sono originali, mentre altre non sono che l’adattamento di alcune delle ouvertures di Luchesi.  

Il documento più interessante si trova a Stoccolma, manoscritto. La partitura, con la quale si trovano anche le parti staccate, è titolata Sinfonia in re maggiore del signore Andrea Lucchesi (sic): prevede, accanto ai consueti archi, 2 oboi, 2 corni, 2 flauti, timpani e 2 trombe.

Ho avuto il piacere di poterla scorrere e, confrontata con l’ouverture de L’isola della fortuna (1765), è manifesto che si tratta della medesima composizione cui furono aggiunti i timpani e le trombe dal Kappelmeister Per Brandt che, in tal modo adattò la pagina al più ampio organico a disposizione della Cappella reale svedese.  

Caso analogo si registra per la Sinfonia in re maggiore, presente nel cd in uscita, conservata in copia manoscritta a Bergamo: essa fa parte dell’immenso e pregiatissimo “Fondo Mayr”. Alla Biblioteca Estense di Ferrara, però, esistono le parti strumentali della cantata Il Natal di Giove (quelle vocali sono perdute), su testo di Metastasio, lavoro che Luchesi presentò nel 1772 a Bonn, per una circostanza non meglio identificata che, considerata la scelta del soggetto, dovrebbe riferirsi o ad una nascita illustre, o al festeggiamento di un genetliaco. 

Alla Biblioteca Estense di Ferrara, però, esistono le parti strumentali della cantata Il Natal di Giove (quelle vocali sono perdute), su testo di Metastasio, lavoro che Luchesi presentò nel 1772 a Bonn, per una circostanza non meglio identificata che, considerata la scelta del soggetto, dovrebbe riferirsi o ad una nascita illustre, o al festeggiamento di un genetliaco. Il confronto tra le stesse pone in evidenza la netta derivazione della Sinfonia in re maggiore dall’ouverture della cantata.

Giova a questo punto ricordare che era costume all’epoca che le migliori sinfonie d’opera potessero essere divulgate, talvolta anche senza autorizzazione del compositore, anche come pagine indipendenti: emblematico il caso della Sinfonia in si bemolle maggiore di Cimarosa, la quale è l’ouverture de L’Italiana in Londra.

Questo discorso serve a dimostrare, non mi stancherò di ripeterlo, i rapporti diretti che si intrecciavano tra i compositori durante un’epoca che attribuiva alla musica uno “status sociale”: ad essa la società più evoluta dedicava, infatti, parte della propria giornata.

Oltre alla sinfonia proveniente dall’archivio di Bergamo per quanto riguarda le altre incise nel cd in questione, tre provengono dagli archivi praghesi: in Sol maggiore (2 oboi, 2 corni, archi), in Do maggiore (2 flauti, 2 corni, archi), in Mi maggiore (2 oboi, 2 corni, archi) ed una, in Si bemolle maggiore (2 flauti, 2 oboi, 2 corni, archi) da Dresda.

Si tratta del consueto organico in voga al tempo, ma tali pagine attestano le qualità di un compositore molto più che “artigianale” come spesso è stato definito: un artista che conserva, nel rapporto tra le diverse “scuole”, ratti di originalità che comprendono e temperano le differenze tra le stesse indicando la via per il Classicismo che Vienna cullò e perfezionò.

Bruno Belli

 

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