TROVATORE ALLA SCALA, LA VERA STAR E’ LEONORA

di ELENA PERCIVALDI, 19 febbraio 2014

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E’ stato tutto sommato un successo, quello del “Trovatore” di Giuseppe Verdi, che torna al Teatro alla Scala di Milano dopo ben quattordici anni di assenza (inaugurò la stagione 2000-2001 del centenario della morte del compositore). Scriviamo “tutto sommato” perché abbiamo assistito alla seconda rappresentazione, non alla prima che invece è stata contestata a tratti duramente dal pubblico. Ormai, a quanto pare, è al Piermarini un rito che si svolge a prescindere dalla qualità della proposta. Fa chic ed è di tendenza. Sed cui prodest?

Tornando allo spettacolo, non abbiamo timore a dire che il giovane Daniele Rustioni ci ha proprio convinto in questa lettura del capolavoro verdiano. La sua direzione è stata equilibrata, e si è mosso dosando con grande sapienza sia la forza tragica sia l’idillio sognante, restituendo in particolare alle scene “notturne” un’atmosfera vaga dai tratti quasi…leopardiani. Ha poco più di trent’anni, ha un bel piglio, ci sembra scattante e motivatissimo: personalmente ci auguriamo di riascoltarlo presto.

Venendo ai cantanti, splendida è Maria Agresta nel ruolo di Leonora, cui dà corpo (anche se il corpo, per gran parte dell’opera, è come ben si sa negato), passione e anima. Tecnica eccellente, bellissimi i trilli e i vocalizzi in “Di tale amor che dirsi”, magia pura il “Tacea la notte placida”, maiuscola “D’amor su l’ali rosee” così sospesa che pareva di stare in un sogno. Alla fine risulta lei la vera protagonista. Ed è abbastanza ironico, visto che in fase di gestazione dell’opera – come è ben noto – la protagonista doveva essere la zingara (e darle pure il titolo) con la fanciulla a rivestire il ruolo di mera «comprimaria».

Marcelo Álvarez come Manrico supera la prova di misura e senza entusiasmare. Peccato. La voce sembra aver perso la potenza e lo smalto di un tempo, anche se come un work in progress cresce pian piano durante la rappresentazione. Quello che sembra interessargli di più è però il personaggio, cui regala attimi di vibrante passione e persino di furore (duetto finale prima della morte di Leonora). Il timbro è sempre morbido e bello, sia chiaro, ma qualcosa non va e si capisce anche nella celebre “Pira”, col do finale centrato ma non certo squillante.

trovatore3Abbastanza deludente, invece, la prova di Franco Vassallo, chiamato a sostituire come Conte di Luna il grande Leo Nucci  (che, fa sapere il Teatro alla Scala, «ha deciso di eliminare definitivamente il ruolo di Conte di Luna dal proprio repertorio perché non più congeniale a lui in questa fase della sua carriera»). Il personaggio del Conte verdiano è certamente passionale (nel bene e soprattutto nel male), ma non perde mai anche nei momenti topici quella nobile eleganza che invece Vassallo sembra lasciare in disparte per evidenziarne solo gli aspetti brutali e collerici. Anche vocalmente non ci è sembrato troppo nella parte: non che abbia sbagliato, ma ci è parso davvero tutto, troppo, di un pezzo. Non ci è dispiaciuta invece nel complesso la Azucena di Ekaterina Semenchuk, da apprezzare più sul piano interpretativo che vocale: la sua resa della zingara visionaria e vendicativa è azzeccata, e l’abbiamo trovata particolarmente efficace nel duetto del racconto, dove ha saputo essere agghiacciante. La voce ha un bel timbro, il registro basso interessante e corposo, ma più si sale e più emergono le difficoltà: nelle note alte purtroppo perde di intonazione e si avvicina all’urlo e allo stridulo. Anche in “Stride la vampa” poteva fare di meglio. Certo, va anche detto che se la pietra di paragone è la Violeta Urmana del 2000, il banco di prova è arduo per chiunque.

E a proposito di passato, l’allestimento proposto rimetteva in scena come detto proprio quello del 2000 con regia, scene e costumi di Hugo De Ana. Inutile parlarne diffusamente di nuovo. Diremo solo che ha sempre il suo perché, con quelle atmosfere cupissime giocate sul nero notte, i bagliori di fuoco richiamati dai drappi rossi in lontananza, le scene di guerra, il mucchio di cadaveri che sovrasta il carcere alla fine. L’unica pecca, che si riscontra comunemente del resto quando a firmare tutto è un’unica mano, è la fissità della recitazione dei personaggi, sui quali non è stato operato un profondo lavorio psicologico (lasciato altresì con esiti alterni, come abbiamo visto, ai cantanti). Scene comunque sempre bellissime da vedere, e in un momento in cui invece pare trendy negare, pregiudizialmente, qualsiasi richiamo estetico, a nostro modesto avviso questa è una cosa non da poco.

Repliche 20, 22, 25 febbraio, 1, 4, 6 e 7 marzo.

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FOTO:  Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

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