MEYERBEER, UN COMPOSIORE DEL QUALE “RIAPPROPIARSI”, MAGARI PARTENDO DAI “BALLETTI”.

GIACOMO MEYERBEER, BALLET MUSIC FROM THE OPERAS

Orquesta Simfonica de Barcelona I Nacional de Catalunya, Michal Nesterowicz.
1 cd Naxos 8.573076

Interpretazione: ****

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meyerbeer balletti

Con Verdi e con Wagner, lo scorso anno, c’è stato un notevole movimento in ambito musicale, giacché la portata storica dei due artisti è innegabile.

Credo che, quest’anno, che pure vede alcune importantissime ricorrenze, non conterà che pochissimi ricordi o concerti, almeno per quattro compositori che, nella Storia della musica, sono pilastri di altrettante epoche.

Parliamo di Rameau, del quale ricorre il 250° della morte (12 settembre 1764), di Gluck, nato il 2 luglio 1714, di Meyerbeer, morto il 2 maggio 1864 e di Richard Strauss, il quale, l’11 giugno festeggerà i suoi primi 150 anni.

Tra questi, se Gluck potrà vedere qualche sporadica rappresentazione dei melodrammi “maggiori” in grazia del fatto che anche le pietre sanno della sua “riforma” (che non fu, in realtà, farina del solo di lui sacco…), Rameau resta un tabù per i non “sfegatati” del Barocco, pur essendo il fondatore, con Lully, della tradizione melodrammatica francese, Richard Strauss sarà osannato dai soli spiriti wagneriani e post wagneriani, mentre Meyerbeer, ahimè, sarà il consueto nome conosciuto grazie alle letterature musicali, del quale tutti sanno un po’ (e, per lo più, assai male), ma pochissimi potranno alzare la mano se volessero rispondere all’appello dei fortunati, secondo alcuni, o degli sfortunati, secondo altri, che abbiano assistito ad una messa in scena di qualche sua Grand’opera.

Eppure, senza essere partigiani, non potrà negare alcuno che svolse un ruolo preciso Mayerbeer nell’ambito del teatro ottocentesco. Anzi, si tratta di un ruolo non solo di primissimo piano – per il successo duraturo che ebbero Les Huguenots e Le Prophépte – ma di inevitabile influenza sull’intero melodramma che si sviluppa tra gli anni quaranta e la fine del Secolo XIX.

Non certo possiamo parlare di influenza di stile, ma certamente di “estetica”, di impostazione teatrale, grazie all’abile e consumata esperienza del suo massimo collaboratore, quell’Eugéne Scribe che scrisse un profluvio tra commedie, vaudeville e libretti d’opera, in grado di “condire” diverse minestre con gli stessi ingredienti, riuscendo ad apparire sempre e comunque originale. Sicché non si può negare quanto il duo de Les Huguentos del IV atto, tanto elaborato musicalmente quanto “inutile” sul piano drammaturgico, se non per la manifestazione degli affetti ad effetto, il duetto, dicevamo, tra tenore e soprano drammatico abbia direttamente fatto da termine di paragone per quello del secondo de Un ballo in maschera verdiano e dell’ampio dialogo tra Tristano ed Isotta al centro dell’opera di Wagner.

Si notino le corrispondenze tra la costruzione in tre settori ben distinti, laddove la dichiarazione d’amore, sospesa al di fuori della “realtà oggettiva” dei personaggi, sta al centro, prima che un elemento “estraneo” interrompa le effusioni degli amanti (in Verdi, l’arrivo di Renato che permette alla pagina di ultimarsi in un terzetto, in Wagner gli interventi di Brangania dalla torre).

Si potrebbe continuare a lungo fino ad arrivare all’Aida, od anche a Otello, oppure, riflettendo a proposito d’esiti artistici minori, ma di sicuro effetto, a La Gioconda, ma non è questo il momento per affrontare un discorso vasto ed insidioso il cui accenno qui è servito per stimolare ad una maggiore conoscenza di un compositore tra l’altro molto dotato da un punto di vista artistico.

E’ poi la difficoltà di allestimento della grande opera meyerbeeriana – in primis nel trovare voci adatte a ruoli realmente sfiancanti – che ne lascia poco esplorato il fertile terreno.

La Naxos, però, che già pubblicò la registrazione alla Fenice de Il crociato in Egitto, e, lo scorso anno, una scelta di lieder, giunge ancora una volta, con il vantaggio del prezzo di vendita assai contenuto, ad apporre un tassello che si mostra, nel caso, affatto stuzzicante: i ballabili tratti dalle opere.

Ora tutti sanno quanto per il costume teatrale francese fosse importante ed imprescindibile il rapporto tra canto e ballo, fin dal tempo del Re Sole, proprio con i sopra citati Lully e Rameau, costume al quale non si poterono sottrarre nemmeno Verdi e Wagner.

Meyerbeer ha curato nei minimi particolari, come del resto faceva per le intere partiture, le danze inserite nella vicenda, forgiando un mosaico di melodie piacevoli e seducenti, innestate su preziosi castoni ottenuti dalla valorizzazione dei timbri appartenenti alle famiglie di strumenti.

Così, si ascoltano senza difficoltà alcuna, grazie all’elegante e piacevole lettura condotta da Michal Nesterowicz alla guida dell’Orchestra sinfonica di Barcellona, momenti di adamantina purezza lirica, sposata ad una sfavillante orchestrazione, caratteristiche al servizio del virtuosismo tersicoreo, che, nel balletto da Robert le diable, ottenne alcuni dei massimi risultati in chiave “gotica”.

Accanto ai balletti tratti dai grand-opèra, vi sono anche le danze ed un preludio da l’Etoile du Nord (molti ne riconosceranno le pagine che Constant Lambert arrangiò per il balletto Les Patineurs), opera-comique che precede di 5 anni la più conosciuta Dinorah (1859) appartenente allo stesso genere.

                                                                                     Bruno Belli.

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