JUAN DIEGO FLOREZ, L’AMOUR

Orchestra e coro del Teatro Comunale di Bologna, Roberto Abbado

1 cd DECCA 4785948

Interpretazione: **

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flroez lamourUn nuovo recital di Juan Diego Florez, dopo 4 anni dall’ultimo, sempre pubblicato da DECCA, è un evento non fosse altro che per l’innegabile grandezza dell’artista.
Ammetto però, che, in questo caso, sono rimasto per lo più deluso dagli esiti generali di questa incisione. Niente a che rimproverare a Florez, sul piano della tecnica e della “facilità” di squillo della sua voce, altrettanto splendido nel fraseggio, quasi sempre, ma, al termine dell’ascolto (ed ho voluto farlo più volte), si resta perplessi, se non proprio delusi, quanto meno insoddisfatti.
Innanzi tutto, nella scelta di un programma tutto “francese”, soprattutto toccando autori come Gounod e Massenet, Roberto Abbado resta il direttore meno indicato ad affrontare tale repertorio. Il suo grigiore orchestrale, la morchiosità del suono, la pesantezza dello stesso, la quasi assoluta mancanza di chiaroscuri e la poca attenzione agli impasti timbrici, preferendo un generale turgore che diventa esiziale in Boieldieu ed in Adam, ed fortemente inadatto ad un Gounod e ad un Massenet che Abbado confonde con “certo” verismo bolso e retorico.
Non giova certo, poi, il complesso del Comunale di Bologna, qui grigio ed avaro di colore come raramente capita di ascoltare: basti solo pensare a che suono, simile al “gesso sulla lavagna”, emette il flauto verso la conclusione della stupenda romanza Viens, gentille dame, da La Dame blanche!!!
Non è certo sufficiente, o segno di distinzione, il portare un illustre cognome ed essere rampolli (orami anche un po’ anzianotti) di famiglie musicalmente blasonate per essere dei “grandi” direttori: Roberto Abbado, ogni qual volta mi capita di imbattermi nelle sue direzioni, resta sempre uguale a se stesso e pochissimo raffinato ne porgere il colore orchestrale.
In siffatto contesto, ne consegue l’atteggiamento più “naturale” ed anche il peggiore per gli esiti artistici: il cantante è portato ad inturgidire la voce, e ad inclinare verso lo stentoreo. Per Florez, questa è la negazione delle sue raffinatissime doti, sicché sentiamo pochi mezze voci, poche messe di voce ed altrettanto meno sfumature, solitamente in lui così consuete.
Dobbiamo inoltre indicare come la sua vocalità non sia la più adatta ad affrontare il repertorio del Secondo ottocento francese: se il cantante avesse scelto soltanto tra le pagine del repertorio del Primo Ottocento, magari affrontando anche il Masaniello di Auber, per indicare uno tra i ruoli più corposi, avremmo senz’altro meglio goduto della sua inimitabile eleganza artistica.
Qui, invece, tra un tuono ed un altro dell’orchestra, Ah, leve toi, soleil, ad esempio, così come Porquoi me reveiller, repertorio a suo tempo affrontato da Alfredo Kraus cui Florez sovente si ispira – e non a torto – perdono moltissimo delle loro nuances.
Mi auguro che Florez torni a proporre un repertorio alle sue doti più calzante e, soprattutto, che eviti di accompagnarsi alla direzione perniciosa di Roberto Abbado.

Bruno Belli

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