ANDREA LUCHESI, GENIO TRA “SINTESI” E “SPERIMENTAZIONE”

Prosegue il piccolo progetto dedicato a Luchesi da parte della CONCERTO CLASSICS.

ANDREA LUCHESI , SINFONIE INEDITE
1 cd CONCERTO CLASSICS 2086

Interpretazione: ****

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luchesi sinfonie

E’ finalmente in uscita il nuovo cd della Concerto classics dedicato a Luchesi. Si tratta del terzo disco, dopo le sonate per pianoforte interpretate da Roberto Plano, i due concerti per pianoforte, sempre con Roberto Plano, assieme all’Orchestra Ferruccio Busoni, guidata magistralmente da Massimo Belli, compagine che si propone ora, per 5 sinfonie inedite che si vanno ad aggiungere al paio inciso nel precedente cd.

Come afferma Massimo Belli – a scanso di equivoco, giacché io sono l’autore delle note che accompagnano la presente pubblicazione, desidero far sapere che, nonostante il cognome, con il maestro non abbiamo legami di parentela – a proposito di queste sinfonie si tratta di “piccoli gioielli, con la struttura consueta semplice e di tempi brevi, ma affatto varie nel contenuto. Luchesi dimostra, infatti, grande fantasia e varietà d’idee. Gli andanti, poi, nella loro semplicità, sono particolarmente toccanti.

E’ una vera fortuna che la Concerto Classics abbia intrapreso questo piccolo “progetto” dedicato a Luchesi, affidandolo ad un’orchestra come la Busoni, perché, nonostante qualche precedente pubblicazione con strumenti originali affidata ad altri gruppi, Massimo Belli riesce a rendere in modo pianamente soddisfacente il “colore” della musica luchesiana, certamente di qualità ben più elevata rispetto a quella di un “semplice artigiano”, come purtroppo è stato sovente definito.

La brillantezza dello strumentale, il rigoglio d’idee sempre nuove fanno di queste pagine autentici termini di paragone con il Classicismo viennese che andava sviluppandosi proprio negli anni in cui il compositore si trovava a Bonn ed era in contatto con Mozart, Haydn e i rappresentanti della scuola di Mannheim.

Pertanto, la lettura che l’Orchestra Busoni fornisce delle sinfonie luchesiane pone in luce proprio la loro posizione che sta tra la “scuola italiana” (rappresentata dalla musica strumentale veneziana rappresentata) e l’imminente creazione classica.

E’ indubbio che il gruppo di sinfonie luchesiane certe, delle quali fanno parte le cinque qui incise e le 2 pubblicate nel precedente cd, siano ascrivibili al “Periodo veneziano” (entro il 1771) o, al più, ai primi approcci con la società musicale di Bonn. In ogni caso, in queste pagine risalta la perizia compositiva che manifesta notevole attenzione verso un discorso armonico ed architettonico che tende ad allontanarsi dall’esperienza compiuta a Venezia grazie ai rapporti tenuti con Galuppi, Bertoni, Cocchi, Saratelli e Gallo.

Ad esempio, la parte prevista per la viola, rispetto alla produzione coeva, manifesta i primi sviluppi di un discorso che tende ad ampliare il proprio ruolo nell’organico, non restando sempre assimilata ai bassi, ma essendo talora gratificata con passaggi di rilievo. Non si dimentichi che Luchesi, il quale dimostra di avere avuto una peculiare sensibilità verso il mondo che lo circondava, proprio a Bonn, quale Kappelmeister – ebbe modo di frequentare l’archivio musicale entrando in contatto con i lavori di Evaristo Felice e Joseph Marie Clément dell’Abaco, musicisti italiani, rispettivamente padre e figlio, i quali avevano “esportato” la loro esperienza strumentale (principalmente della Scuola romana di Corelli) nel crocevia che poneva in diretto contatto Mannheim e Vienna, i poli delle scuole tedesche per antonomasia, i cui esponenti, però, erano in stretto rapporto con i colleghi provenienti dall’Italia.

Alcune copie delle sue sinfonie si trovano in diverse biblioteche europee che raccolgono la produzione che “circolava” tra la Germania e l’Impero Asburgico nel secondo Settecento. Sfogliando le partiture delle stesse, ci si accorge che alcune sono originali, mentre altre non sono che l’adattamentodi alcune delle ouverturesdi Luchesi.

Il documento più interessante – una sinfonia non presente nel nostro cd – si trova a Stoccolma, manoscritto. La partitura, con la quale vi sono anche le parti staccate, è titolata Sinfonia in re maggiore del signore Andrea Lucchesi (sic): prevede, accanto ai consueti archi, 2 oboi, 2 corni, 2 flauti, timpani e 2 trombe.

Ho potuto leggerla e, confrontata con l’ouverture de L’isola della fortuna (1765), è manifesto che si tratta della medesima composizione cui furono aggiunti i timpani e le trombedal Kappelmeister Per Brandt che, in tal modo, adattò la pagina per il più ampio organico a disposizione nella Cappella reale svedese.

Caso analogo si registra per la Sinfonia in re maggiore, qui incisa, conservata in copia manoscritta a Bergamo, facendo parte dell’immenso e pregiatissimo “Fondo Mayr”.

Il compositore bavarese, naturalizzato italiano, noto ai più per essere stato il maestro di Donizetti, è altra figura artistica che oggi beneficia di un’opportuna rivalutazione: ci serve ricordare che il suo metodo di studio comprendeva l’analisi delle partiture dei grandi maestri italo – tedeschi (in altre parole gli “Italiani all’estero” ed i loro colleghi autoctoni, in primis Haydn, Mozart e Beethoven) e l’esecuzione delle stesse. Evidentemente, le parti che Mayr trasse dalla fonte tedesca dovettero servire per qualche “accademia” bergamasca, durante la quale la pagina fu presentata come sinfonia a sé stante.

Alla Biblioteca Estense di Modena, però, esistono le parti strumentali della cantata Il Natal di Giove (quelle vocali sono perdute), su testo di Metastasio, lavoro che Luchesi presentò nel 1772 a Bonn, per una circostanza non meglio identificata che, considerando la scelta del soggetto, dovrebbe riferirsi o ad una nascita illustre, o al festeggiamento di un genetliaco (stesse circostanze, mutata mutandis, si presentano per Il nascimento dell’Aurora di Albinoni).

Il confronto tra le stesse pone in evidenza la netta derivazione della Sinfonia in re maggiore dall’ouverture della cantata.

Giova a questo punto ricordare che era costume, all’epoca che le migliori sinfonie d’opera potessero essere divulgate, talvolta anche senza autorizzazione del compositore, anche come pagine indipendenti: indicativo il caso della Sinfonia in si bemolle maggiore di Cimarosa, la quale è l’ouverture de L’Italiana in Londra.

La musica teatrale italiana, per altro, era altamente considerata e frequentata in Germania: i compositori ne traevano, sovente, elaborazioni per tastiera, variazioni e quant’altro, fino a giungere agli “omaggi” con vere e proprie citazioni, come, ad esempio, fa Mozart, nella Sinfonia in sol minore K.550, la quale ha numerose analogie d’incisi e di atteggiamenti con l’ouverture de Il Cavaliere errante di Traetta, la cui partitura manoscritta è reperibile presso il Conservatorio G. Verdi di Milano, opera rappresentata a Venezia nel 1778, al San Moisè, il teatro dove, guarda caso, proprio aveva mosso le prime esperienze sul campo.

Questo discorso serve a dimostrare, non mi stancherò di ripeterlo, i rapporti di conoscenza diretta che si intrecciavano tra i compositori durante un’epoca che attribuiva alla musica uno “status sociale”: ad essa la società più evoluta dedicava, infatti, parte della propria giornata.

Del gruppo di Sinfonie qui incise, avendo già detto di quella “bergamasca”, tre provengono dagli archivi praghesi: in Sol maggiore (2 oboi, 2 corni, archi), in Do maggiore (2 flauti, 2 corni, archi), in Mi maggiore (2 oboi, 2 corni, archi) ed una, in Si bemolle maggiore (2 flauti, 2 oboi, 2 corni, archi) da Dresda.

Si tratta del consueto organico in voga al tempo (i 2 flauti della Sinfonia in si bem. maggiore suonano nel II movimento) dal quale, però, Luchesi trae eccellenti impasti timbrici, pur impostando il discorso musicale ad una generale gaiezza e luminosità che si permea di dolcissima cantabilità e di squisita poesia nei tempi di mezzo.

Sono pagine, ripeto, che attestano le qualità di un compositore molto più che “artigianale” come spesso è stato definito: un artista che conserva, nel rapporto tra le diverse “scuole” tratti di originalità che comprendono e temperano le differenze tra le stesse indicando la via per il Classicismo che Vienna cullò e perfezionò.

Ora, mi auguro che la Concerto Classics ci permetta di approfondire il repertorio luchesiano fornendo agli appassionati alcune composizioni vocali tra le più rappresentative dell’arte del Maestro di Motta di Livenza.

Bruno Belli

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