UN’OPERA TRA TEATRO E CINEMA: IL “CIRO IN BABILONIA” PESARESE

GIOACHINO ROSSINI, CIRO IN BABILONIA

Eva Podles, Jessica Pratt, Michael Spyres, Mirco Palazzi. Coro e Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, Will Crutchfield. Regia di Davide Livermore; scene e luci di Nicolas Bovey; costumi di Gianluca Falaschi. Regia video Daniele Biggiero.

Pesaro, agosto 2012.

1 dvd OPUS ARTE OA 1108 D

Interpretazione: ****

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ciro in babilonia dvdL’edizione XXXIII del Rossini Opera Festival, nel 2012, annoverava la prima rappresentazione assoluta al festival di Ciro in Babilonia, esempio di dramma sacro giovanile nella carriera del compositore, precedente di sei anni il Mosè in Egitto, lavoro che vedrà più volte interventi da parte del compositore.

Le rappresentazioni furono un successo, ben meritato, come ebbi a scrivere a suo tempo: ora, approdano su dvd, per un’edizione che si ascolta e si guarda con piacere.

Ciro in Babilonia è stato uno delle opere di Rossini tra le meno rappresentate, nonostante il lodevole lavoro effettuato dalla Fondazione pesarese: prima del 2012, lasciate a testimonianza grazie al supporto fonografico, si contano le repliche a Savona, nel 1988 e di Wildbad, nel 2004.

Ciro non è un capolavoro, ma la musica di Rossini è di eccellente qualità: il maestro curò, in particolare, il ruolo eponimo, interpretato da Marietta Marcolini, che ebbe grande parte nella carriera del compositore, precedente al “soggiorno” napoletano.

Le cronache narrano che l’opera non fu un successo assoluto, in quel di Bologna, ma esse non corrispondono alla piena realtà (d’altra parte i giornali dell’epoca lodarono la qualità musicale dell’opera), giacché Ciro circolò nelle varie piazze, indice di gradimento presso il pubblico (tra l’altro, Rossini utilizzò alcune parti del lavoro in opere successive).

Ascoltiamo in esso, infatti, spunti e melodie che ritroveremo ne L’Italiana in Algeri e ne Il turco in Italia, confezionati con garbo da Rossini, sopra i versi di un libretto scritto da Francesco Aventi, pensato come un dramma metastasiano, fatti salvi l’introduzione di qualche coro, i finali d’atto e qualche assieme.

L’edizione critica, curata da Daniele Carnini e da Ilaria Nartet, compilata sulle fonti coeve (manca l’autografo di questo lavoro), si prestò ad un’interessante realizzazione scenica, che si tradusse in uno spettacolo “letto” come una vicenda cinematografica, fatto che, ancora più tramite video, permette piacevole ascolto e visione.

L’unica nota dolente, purtroppo, è il direttore d’orchestra, Will Crutchfield, molto metronomico, ancorché corretto, purtroppo, però, noioso.

Per fortuna restano le voci e la ragia. Ottima cantante Eva Podles, con una bella carriera, negli ultimi vent’anni, ma inadatta, ora, a rivestire il ruolo di Ciro, per il quale non basta il timbro ancora bello e brunito. La Podles , infatti, mostra disuguaglianze nell’emissione e nel controllo del fiato, è addirittura periclitante nei passaggi di registro, sicché la cavatina del primo atto ha oscillato tra suoni uterini e striduli acuti, proponendo una voce diversa persino nel timbro, all’interno di uno stesso pezzo. Brava in scena, però, il che giova molto in un’edizione video.

Migliore Jessica Pratt come Amira, più sicura nel dominio del passaggio di registro e nell’uguaglianza del timbro. Anche Mirco Palazzi ha tratteggiato assai bene la figura di Zambri, sebbene non privo di qualche incertezza nel dominio degli acuti, così come il tenore Michael Spyres ha risolto la propria parte con la massima correttezza.

La regia di David Livermore mostra il fascino che deriva dalla “contaminazione” dei generi artistici teatrale e cinematografico. Il regista, infatti, ha immaginato per il coro il ruolo di commentatore, indicandolo quale lo spettatore d’inizio Novecento alle prese con un film di cinema muto, la trama del Ciro, per l’appunto, Alcuni spezzoni di autentici documenti cinematografici forniti dal Museo Nazionale del Cinema di Torino, erano proiettati sulla scena, entrando, così, in un gradevole gioco di sequenze nel dvd.

Contornati, per l’appunto, dagli “spettatori” e dalle proiezioni in bianco e nero, i personaggi si muovevano, inseriti nell’ambiente babilonese dell’epoca entro cui si svolge la vicenda, rivestiti da sfumature di luci impostate sull’“azzurro grigio” che concorrono a un’eccellente esaltazione della plasticità neoclassica dello spirito musicale rossiniano.

Proprio un bello spettacolo.

Bruno Belli

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