LO SCONFORTANTE FESTIVAL ROSSINIANO 2014

Pessima edizione del 35 Festiva Rossini di Pesaro, a causa d’interpeti affatto inadeguati.

PESARO – Lascia l’amaro in bocca, questo trentacinquesimo festival dedicato a Rossini dalla sua città natale. Un’impressione che, negli ultimi anni, mi era più volte venuta alla mente, ora si è resa concreta: la qualità artistica delle proposte, indipendentemente dai tagli operati dallo stato alla cultura, è scesa a livelli proprio infimi.

Non una delle tre opere proposte è stata sufficientemente ponderata dagli artisti scritturati, sicché, date già le scelte opinabili della direzione del Festival, il risultato è stato un disastro.

Un disastro quanto a orchestre e a direttori (ma questo Sagripanti da dove lo hanno tratto?), un naufragio sul fronte degli interpreti vocali, sicché l’unica vera cantante rossiniana che abbiamo ascoltato è Jessica Pratt nell’Aureliano in Palmira.

L’unica rossiniana in un festival dedicato a Rossini?

Ma un festival non dovrebbe proporre, se non i titoli più “esclusivi”, almeno gli artisti più apprezzati nel repertorio dell’eponimo dedicatario della kermesse?

Ed invece abbiamo inteso voci or chioccianti, or brade, or di nullo spessore nel registro grave, or vetrose in quello acuto, ora gigione rie del più vieto ciarpame (penso al Barbiere di Siviglia) che definire “antiquariato di grana grossa” sarebbe un complimento, una sorta di campionario d’indecenze sublimatesi nell’inadeguatissima Carmen Romeu quale Armida.

Non è la prima volta che il bluff di talune vocine spagnole piccole come il ronzio d’zanzarina approdano a Pesaro – ricordano, i miei 4 lettori, la Bayo nel ruolo di Bianca nel 2005? – ma, questa volta, il limite di un’interprete che deve venire ai conti con la coloratura e con gli acuti ad ogni piè sospinto, relegando la maga Armida al ruolo di querula raganella del pantano è veramente troppo.

Ed, in effetti, fatto raro, ma non tanto negli ultimi tempi, il dissenso del pubblico si è manifestato verso la stessa.

Io lo avrei indirizzato ai vertici del Festival più che a queste giovani cantanti che pensano che cantare il valzer di Musetta o il rondò di Armida del secondo atto siano la medesima minestra!

E la tanto decantata Accademia Rossiniana, nella quale il guru Zedda trova, talvolta, reali ottime voci, che cosa è in grado di proporre, oggi?

Sicché, a parte la Pratt, l’unico sprazzo di arte lo abbiamo ascoltato nel recital di Eva Podles, ormai “anziana”, e che il Festival Rossini avrebbe potuto meglio gratificare già ai tempi dello splendido Tancredi che l’artista incise per la Naxos (era il 1995…ragazzi, sveglia!!!!!!) e per l’eccellente Orfeo di Gluck sotto la guida del veterano Peter Maag (era il 1997…idem, come sopra).

Ma, si sa, i direttori artistici devono essere – secondo il costume odierno per il quale tutto si è appiattito e reso interscambiabile – dei manager, indipendentemente dal fatto che possano intendersi della materia che trattano (magari perché sono ottimi “tagliatori” di bilanci), quindi la vergogna regna sovrana tanto che la Podles fu scritturata da Naxos e da Arts, quando le multinazionali spocchiose firmavano l’ennesimo contratto alla pupattola tutta tette e trucco, perché oggi l’estetica “traina” (con tutto il rispetto per Eva Podles che una donna di tratto elegantissimo) e quando Pesaro la mortificava per poi riconoscerla preclara Rossiniana soltanto nel Ciro in Babilonia di 2 stagioni oro sono (2012!!!)

Così, con quasi 20 anni – 20 anni!!!!! – di ritardo, la signora polacca Eva Podles, ricorda a tutti come SI DEVE cantare Rossini (nonostante il timbro, ovviamente, non più smaltato…dato il tempo trascorso): coloratura eseguita con preclaro controllo del fiato, sicché risuoni “di petto”, piuttosto che “di naso”, pulizia delle note, agilità, messa di voce, ecc, ecc, ovverossia le regole basilari del canto affinché esso sia un “bel canto” nel senso della capacità di cantare con gusto, misura, intonazione, ed anche carisma nell’interpretazione.

E sentirsi in dovere di recitare la lezione propedeutica al canto in occasione di un 35° festival rossiniano è veramente sconfortante…

Bruno Belli

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