PASCOLI E LA MUSICA – PASCOLI E IL MELODRAMMA

L’uscita dell’ottimo volume di Alessandro Zattarin “Anch’io voglio scrivere per musica”. Pascoli e il melodramma per la Casa editrice Rocco Carabba di Lanciano (marzo 2014), mi permette, oltre che di presentare lo stesso libro, volume che consiglio vivamente, di proporre una breve riflessione sull’argomento, già frutto della conversazione che tenni, il 19 ottobre 2012 (anno del centenario) a Varese, per “I Venerdì di Bruno Belli”.

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I.
Ecco, finalmente, la pubblicazione di un bel volume che copre un tassello importante della storia letteraria e musicale italiana, un argomento che ha sempre suscitato interesse presso studiosi ed appassionati, ma che non era mai stato trattato in modo coordinato.

Ora, con “Anch’io voglio scrivere per musica”. Pascoli e il melodramma, Alessandro Zattarin ci offre un ampio panorama, ben strutturato, sul rapporto che intercorse tra Giovanni Pascoli e la musica, rapporto che si realizzò nella veste poetica dell’autore, ma che influenzò parte del suo studio di letterato.

Alessandro Zattarin, diplomato in pianoforte e musica vocale da camera, perfezionatosi con Maria Tipo alla Scuola internazionale di Musica di Fiesole, ha conseguito il dottorato di ricerca in Filologia ed Ermeneutica all’Università di Padova imposta lo studio su Pascoli in modo scientifico, ma, al tempo stesso, assai godibile per qualunque lettore, grazie ai puntuali rimandi nel testo ed alle note sempre chiare ed esaustive.

Interessante scoprire come il giovane Pascoli avrebbe voluto scrivere per musica, senza però riuscirvi, tentando la via della librettistica – resta l’esempio de Il sogno di Rosetta per Mussinelli – abbandonandola per insoddisfazione ed anche perché la sua particolare poetica intrisa della conoscenza delle “avanguardie” europee il “pubblico d’Italia” non fosse pronto (è lui stesso ad affermarlo in una lettera del 1908; vedi sotto).

Zattarin, attraverso le fonti d’archivio e riassumendo l’opera pasco liana in un’unica “grande opera” quale, in effetti, fu, indaga il debito che Pascoli ebbe nei confronti del melodramma, ed al tempo stesso, le influenze che le raccolte pascoliane da Myricae in poi esercitarono sui librettisti italiani del primo novecento.

II.
Legato da sentimenti di amicizia, o di cordialità, con musicisti quali Leoncavallo, Mascagni, Puccini, Zandonai, Marco Enrico e Renzo Bossi, il Pascoli non riuscì con alcuno a dar forma ad un compiuto organismo scenico.

Lo stesso Pascoli, in una lettera del 1908 all’amico Caselli, prende atto del suo “fallimento” come scrittore di libretti, ma, in tal modo, ci rivela la sua concezione di quale strada il teatro melodrammatico avrebbe dovuto imboccare: “E sai perché? Per una ragione generale che non tocca il Luporini più che il Puccini e il Giordano più che il Mascagni. Ed è questa, che il regno della musica per me comincia dove finisce la realtà pensabile e si apre la misteriosa regione dell’altra poesia. Soggetti di drammi musicali, a parer mio, non si trovano che o nella poesia epica, dove li trovò, per la maggior parte, Wagner, o nell’eterna poesia popolare della fiaba e della novellina, dove li trova, credo, Debussy, o in qualche altra landa elisia illuminata da un suo sole e da sue stelle più grandi e più vere delle nostre. Ebbene, né io mi son creduto da tanto da viaggiare questo paese che al di là della solita conoscenza, né ho mai creduto che il pubblico d’Italia fosse per accettare da un maestro italiano, specialmente ai suoi inizi, una tal musica ed una tal poesia”.

Palesi, dunque, le simpatie del Pascoli simbolista ed impressionista per Wagner e per Debussy (tramite Maeterlinck) in polemica con la poetica veristica al tempo predominante in Italia. Così, soprattutto riguardo al mondo dell’opera, è lecito affermare che Pascoli rimase dunque un “progettista”, secondo la condizione cara a Baudelaire.

La presenza di elementi musicali è quindi, come bene inquadra il nostro Zattarin, da cercarsi nel repertorio tematico della poesia pascoliana. Se un poemetto come Le armi può essere stato letto acutamente da Guarnieri Corazzol come una parafrasi rovesciata di Siegfried impegnato nella forgiatura della spada (per il poeta le “armi, però, sono semplicemente gli attrezzi per l’attività agricola) in Odi ed Inni, ad esempio, si deve indicare l’inno A Verdi, che, composto per il “trigesimo del suo transito” è una celebrazione del compositore quale carismatica figura della Nuova Italia.

Infine, forse non ami quanto nel poemetto Rossini (1911) si riassume l’intera poetica pasco liana ed il suo rapporto con la musica. Nel rappresentare il Cigno di Pesaro in procinto di comporre la Canzone del salice nell’Otello, Pascoli lo coglie durante una momentanea caduta d’ispirazione, secondo la linea di alcuni principi enunciati ne Il fanciullino del 1897, proponendo un’idea “mistica”, potremmo dire “iniziatica”, dell’ispirazione artistica, forza irrazionale, espressione dolorosa dell’inconscio e dell’onirico, ad ogni modo consonante con le ragioni misteriose dell’universo, concezioni, quindi, che riflettono l’animo del poeta simbolista e decadente.

Bruno Belli

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