L’ADAMANTINA POESIA DEI WIENER ILLUMINA L’ “ANNO SOLARE”.

Concerto di Capodanno da Vienna sobrio ed equilibrato, ma sempre sfavillante sotto il profilo artistico.

VIENNA – La misura e l’equilibrio sono state le caratteristiche principali del Concerto di Capodanno 2015 dei Wiener Philharmoniker, quasi l’adattarsi ai tempi odierni, poco inclini alla rappresentazione di una festa ridanciana, sguaiata o semplicemente “leggera”.

75 anni di Concerto da Vienna sono tanti, ed è un genetliaco importante: il fatto che ancora l’appuntamento si mostri tra i più attesi dagli appassionati – ma anche dai consueti curiosi e dai presenzialisti – significa che il messaggio di serenità inviato dalla capitale austriaca è tanto più sentito, quanto più ci si guardi attorno con dubbi ed incertezze.

Zubin Mehta, per la quinta volta sul podio – l’ultima fu nel 2007 – sempre incline allo scherzo ed al divertimento per l’occasione, non si sottrae al rito (che, del resto, si vede con piacere), ma “legge” le partiture, soprattutto quando lo spazio (o il “respiro”) del valzer lo permette con maggiore naturalezza di quanto lo possano i brani più stringati (polke, galop, ecc.), accentuandone la sottesa malinconia elegia.

Nel caso, poi, di una pagina come An der Elbe op. 477, l’ultimo valzer composto da Johann Strauss II, tale prospettiva pone in risalto la complessità della struttura cui era giunto il compositore: pagina che sta in perfetto equilibrio tra il ballo (per nulla scatenato) ed il brano da concerto.

Probabilmente, i Viennesi erano consapevoli dello sgretolarsi del “bel mondo” austriaco più di quanto non lo dettero a vedere, nella propaganda di un’Austria Felix ad ogni costo.

Eppure, quest’Austria rappresentava un percorso culturale di tutto rispetto tanto che il programma stesso del concerto celebrava i 200 anni del Museo tecnologico ed i 650 dell’Università viennese (la più antica di lingua tedesca che annoveri l’Europa). Si trattava così di un itinerario che si è dipanato sia nella prima sia nella seconda parte del programma, grazie a pagine degli Strauss che si “ispiravano” a ben precise caratteristiche del mondo viennese/asburgico: penso, ad esempio, all’Ouverture di Suppè, Un mattino, un pomeriggio ed una sera a Vienna, oppure al raffinatissimo valzer di Josef Strauss dedicato alle rondini dell’Austria (Dorfschwalben aus Osterreich), fino all’elaboratissima introduzione (nata come coro) del valzer Wein, Weib und Gesang (Vino, donna e canto), trilogia rappresentativa del “gaio vivere viennese” sublimata dal Re del valzer per il ballo annuale dell’Università.

Orchestra e direttore si stimano reciprocamente (Mehta è direttore onorario della stessa): si sente nella perfetta simbiosi tra gesto e poesia sonora, espressa con lo sfavillio degli archi, la precisione dei fiati, il rigore delle percussioni.

Sì, insomma, anche quando il tono che si vuole mantenere è quello prossimo alla “discrezione”, l’adamantino brillio dei Wiener Philharmoniker illumina felicemente l’apertura dell’anno solare.

 

Bruno Belli

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