IL CANTO? PIU’ ENIGMA DEGLI ENIGMI DI TURANDOT

Orripilanti le voci chiamate alla Scala per la “Turandot” dell’Expo, ad ogni modo allestita con “taglio” provinciale.

 

MILANO – Sembrava la seconda inaugurazione della stagione della Scala. Forse, un po’ di vero c’era, giacché in molti speriamo che la finezza intellettuale di Riccardo Chailly riassesti i danni che Barenboim ha operato sull’orchestra.

Quindi, grandi attese, ma il risultato è stato di una modestia sconcertante.

Noi Italiani ci meritiamo di attraversare le forche caudine cui ci sottopongono i “partner” europei, perché non siamo in grado di esprimerci con la massima onestà e con la risoluzione di non accettare compromessi di alcun genere. Ed i primi colpevoli sono i molti (troppi!) giornalisti della stampa prezzolata che hanno fornito nei giorni scorsi di quelle “sviolinate” sull’esito scaligero da fare invidia alla proverbiale “genuflessioncella” (cito Alfieri) del Metastasio davanti a Maria Teresa d’Asburgo.

“La Turandot alla Scala è finita come si sperava: pieno successo”, leggo da una parte; “serata che corona perfettamente l’inaugurazione Expo” dall’altra…

Eppure, mi chiedo se ci sia concentrati sullo spettacolo. Tolta la consueta passerella dei soliti noti, dei presenzialisti, dei succubi del potentello di turno (il primo ministro Renzi, impettito durante l’Inno di Mameli, faceva sorridere, confondendo costui per carisma personale il “bla bla” che va ancora di moda “nell’alta società”, per dirla con Montale).

Se per la regia non abbiamo assistito ad eccessi di cattivo gusto, se per l’orchestra Riccardo Chailly, alla sua prima opera da direttore principale del teatro, ha tratto dalla partitura in modo egregio la tavolozza dei colori orchestrali di un Puccini pienamente testo verso le prossime avanguardie degli anni Trenta del Novecento, per le voci – quindi la parte fondamentale di un’opera – ci siamo imbattuti in scelte orripilanti.

Non ultimo, la Scala – il “primo teatro del mondo” (baggianate per vecchie carcasse!) – in altre parole, il palco che dovrebbe dettar legge su quanto la cultura italiana sappia fare, allestisce una Turandot per la regia di un Tedesco (manco a dirla!) Nikolaus Lehnhoff, che aveva già portato ad Amsterdam nel 2002 lo stesso allestimento (quindi l’intera operazione mi sa di specchio per quelle allodole che forse non sarebbero entrate in teatro se non ci fosse stata la soiree gran chic), regista che rabbercia un risaputo Brecht ed indovina qualche scelta: il coro che evoca i grigi protagonisti di un film di Fritz Lang, ed i colori cupi (nella girandola tra rosso scuro, nero e blu) che accentuano il senso di claustrofobia che incombe sulla reggia, dominata dalla gelida principessa, che sottopone i pretendenti ad occulti enigmi, pena la morte se non risolti; però, l’opera finisce nella luce, apparsa gradatamente lungo il terzo atto, senza trionfalismi.

Insomma, tale allestimento dimostra quanto siamo ormai fatti colonia intellettuale ed economica del Mondo tedesco.

Il resto è ridicolo: i ministri Ping, Pong e Pang indossano tute grigie gonfie, capigliature punk e ciuffi: durante il terzetto del secondo atto (una delle pagine più poetiche dell’opera) durante il quale sognano di tornare nelle loro case lontane da Pechino, uno si alza e, revocando “i piaceri della vita”, mostra un calendario a libro con l’immagine di una ragazza provocante in sexy giarrettiera, mentre gli altri due, distesi su seggiole rosse, leggono “La Repubblica” e “Corriere” (e poi non mi si venga a parlare degli ammicchi reciprochi tra certi “artisti” e la stampa!).

Quanto ai personaggi principali, come accennavo, ascoltare certe voci era un tormento per chi conosca anche solo le basi di come si debba cantare in modo appropriato facendo ricorso al controllo del fiato per evitare fratture nei passaggi di registro e fissità negli acuti.

Non parliamo poi del “legato” che Nina Stemme (Turandot) nemmeno pare sappia che sia. Voce dura, emessa in modo periclitante, con certe fissità “alla tedesca” e voce così scoperta da proporsi tal quale ad un fischietto per cinofili. La versione del finale curata da Berio, meno “turgida” di quella di Alfano (o, meglio delle battute non cadute sotto i colpi di accetta di Toscanini), l’ha in tal modo aiutata: credo, infatti, che una frase come “Calaf davanti al popolo con me” nel dettato tradizionale le avrebbe “spaccato” la voce.

Il tenore (?) Aleksandrs Antonenko, nel ruolo di Calaf, emette male i suoni, senza che vi sia il minimo appoggio “sul” fiato, molto volgari, in aggiunta ad una sfacciata inespressività. Maria Agresta, come Liù, se la cava essendo un “lirico”, ma con voce “vuota” in basso e portata al “rompersi” delle filature.

Tacciamo il resto, per non scendere ancor più…

E questa sarebbe la Scala? E questa sarebbe la tanto inopportunamente decantata eccellenza culturale italiana?

“Ma mi faccia il piacere!” avrebbe siglato, lui sì in modo inequivocabilmente genuino ed inimitabile, Totò.

 

Bruno Belli

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