LUCHESI OPERISTA. Le “Sinfonie avanti l’opera”.

presunto ritratto di Andrea LuchesiIl progetto della casa musicale milanese CONCERTO CLASSICS dedicato ad Andrea Luchesi sta procedendo con la pubblicazione di tutto quanto sia certamente opera del compositore, grazie all’apporto di musicisti sensibili come Massimo Belli alla guida dell’Orchestra da camera Busoni di Trieste (che quest’anno festeggia il 50° anno dalla fondazione), Roberto Plano ed altri che entreranno nelle prossime registrazioni.

CLASSICAONLINE, di recente, ha pubblicato l’intervista che mi è stata fatta, giacché io partecipo portando il contributo storico musicologico al “Progetto Luchesi”.

Per la mia rubrica, non potendo, ovviamente, operare una recensione del cd, mi piace però fornire alcune indicazioni sulle pagine che sono state registrate per questo disco dedicato alle”Sinfonie avanti l’opera” che meriterà, senza dubbio l’attenzione degli appassionati di musica e, soprattutto, di coloro che si sono avvicinati a Luchesi.

L’attività teatrale di Luchesi si sviluppò in massima parte in Italia, prima del trasferimento a Bonn nell’ottobre 1771: nella città tedesca, avendo le mansioni di Kapellmeister, indirizzò la propria arte alla composizione di lavori sacri e strumentali, producendo, per la scena, soltanto quattro opere in ventitré anni, delle quali, l’Ademira, capolavoro nel genere, fu destinata a Venezia (Il Natal di Giove, su testo di Metastasio, infatti, eseguito il 13 maggio 1772, è una serenata / cantata che, per stile, è assimilabile al melodramma, fatta salva la destinazione celebrativa e non ludica).

Alcune delle pagine strumentali “avanti l’opera”, circolarono in Europa sotto forma di pezzi a sé stanti. Con tale differente destinazione, soprattutto nel caso di quelle suddivise in tre movimenti secondo la tradizione appartenente alla “scuola italiana” del XVII / XVIII secolo, esse presentano vita propria, talvolta anche in versioni rimaneggiate.

E’ il caso dell’ouverture de L’isola della fortuna (1765), divenuta Sinfonia in re maggiore del signore Andrea Lucchesi (sic), databile attorno al 1766, il cui organico originale (archi, 2 oboi, 2 corni) fu ritoccato dal Kapellmeister Per Brandt che, in tal modo, adattò la pagina per l’orchestra della Cappella reale svedese (le parti giacenti alla Biblioteca nazionale di Stoccolma appartengono alla mano di quest’ultimo, morto nel 1767)

Piacevolissima la musica di Luchesi creata per questi pezzi, slegati dalla vicenda teatrale, secondo la tradizione per cui la “sinfonia” serviva da richiamo per gli spettatori allo spettacolo che stava per prodursi, sostenuta dalla non comune abilità artistica e dalla notevole qualità d’ispirazione che, soprattutto nei movimenti lenti, crea elegiache tinte poetiche assimilabili al gusto veneziano dell’epoca, rappresentato, per il teatro, da Baldassarre Galuppi. Eppure, la musica di Luchesi brilla di luce propria, intersecandosi, senza dubbio, con il medesimo stile che appartiene anche a Paisiello ed a Cimarosa, ma, al tempo stesso, affrancandosi gradatamente dall’alto artigianato per sfociare in soluzioni originali che saranno accolte da numerosi colleghi. Penso, ad esempio, alla sinfonia dell’Ademira, il cui ampio organico propone un bellissimo dialogo paritario tra archi e fiati che permea l’intera pagina (1).

L’esordio teatrale di Luchesi fu con L’isola della fortuna, su libretto di Giovanni Bertati, rappresentata nell’autunno del 1765 al Teatro San Samuele di Venezia: l’opera ebbe un ottimo successo, tanto che la troviamo replicata al Teatro di Corte di Lisbona, nel 1767. La sinfonia è per noi affatto interessante sia per il motivo storico sopra menzionato, sia perché Luchesi propone la struttura tripartita, quelle che preferirà anche in seguito. La pagina è nella tonalità di re maggiore (la prediletta da Luchesi) ed il movimento conclusivo spicca su ritmo “pastorale” (6/8), così come avverrà anche nelle successive sinfonie.

Bellissimo ed assai poetico l’adagio in mi minore di spiccata malinconica cantabilità, dal tema vaporoso ed incisivo al tempo stesso, permeato da languore dolceamaro, stile che Luchesi mutua dal linguaggio di Galuppi e che porge al giovane Mozart.

Nel 1766 Luchesi produsse Il marito geloso, rappresentato al Teatro Dolfin di Treviso, replicato di seguito per un’accademia privata a Venezia, probabilmente nell’ambiente cui era referente il conte Durazzo. L’anno successivo andò in scena al Teatro S. Moisè, Le donne sempre donne, su libretto dell’Abate Chiari, opera che sarà ripresa prima a Brescia nel 1772 e, quindi, a Bonn, a cura dello stesso autore, per Teatro di Corte nel 1773.

Particolare l’ouverture che Agostino Granzotto inserì come n.187 nella sua raccolta: la sinfonia in re maggiore, si apre con un adagio introduttivo di 7 battute che sfocia in un vivacissimo allegro il cui incipit ricorda da vicino, per l’amabilità e per la spiritosaggine dell’eloquio, i migliori attacchi mozartiani, mentre, di contrasto, l’andantino in re minore (altra tonalità prediletta da Luchesi assieme alla relativa fa maggiore) “canta” con lirica poesia. Danzante, infine, come di consueto, il tempo conclusivo.

Il 1771 è un anno fondamentale per Luchesi: dapprima entrò in contatto con il giovane Mozart cui regalerà il Concerto per clavicembalo in fa maggiore che il Salisburghese porterà con sé e che utilizzerà con frequenza (tanto che Roberto Plano ha identificato una cadenza scritta per l’allegro iniziale).

Quindi, il compositore partirà per Bonn con l’incarico di rivitalizzare la Cappella dell’Elettore, dopo avere prodotto lo splendido Requiem per il Duca di Montalegre (1 luglio 1771) e l’opera Il matrimonio per astuzia, in ottobre, al Teatro San Benedetto, lavoro che Luchesi porterà con sé in Germania, curandone alcuni cambiamenti come è possibile verificare grazie al confronto tra le parti giacenti a Lisbona ed a Modena (si noti, però, che presso la Biblioteca Estense ci sono solo le parti orchestrali, mentre all’Ajuta anche quelle vocali)

La sinfonia dell’opera, di cui una copia giace presso Accademia Virgiliana di Mantova, si fa notare per l’impiego dell’oboe solo nel movimento centrale: segnalò l’Henseler, in proposito, “al modo del Lied” ma, per le orecchie italiane, si tratta della consueta liricità caratteristica degli andanti “veneti”.

Con il soggiorno a Bonn, come accennavamo, Luchesi produce tre lavori vocali profani per la piazza, dei quali L’inganno scoperto (Teatro di Corte, 13 maggio 1773) è l’unica opera teatrale (2), giacché tanto Il natal di Giove, eseguito esattamente un anno prima, quanto L’improvisata (sic), dell’autunno del 1775 sono cantate.

Più ampia ed articolata delle ouverture precedenti, la sinfonia de L’inganno scoperto consta dei consueti tre movimenti. Quanto all’organico, esso attesta che la Cappella di Bonn, solo due anni dopo l’arrivo dell’Italiano, era in piena evoluzione, tanto che la partitura, nella sezione dei fiati, accanto ai consueti corni, fagotti e oboi, prevede 2 flauti.

La tonalità di fa maggiore caratterizza il movimento lento, un gioiello di poesia incastonato tra due tempi brillanti di raro spirito umoristico (in particolare, si noti l’uso frequente degli “staccato” nei violini II e II).

Di certo Luchesi mantenne un ruolo privilegiato negli scambi culturali tra Bonn e l’Italia: l’Ademira (commissionata per la visita di Gustavo III di Svezia nella città lagunare) è il coronamento di una carriera dovuta all’apprezzamento da parte degli ambienti veneziani tributato al 43enne compositore “cittadino”, ma, soprattutto, oggi, chiaro termine di paragone nell’ambito dell’opera seria veneziana che esprimeva la confluenza degli stili europei allora in voga in modo unitario.

L’ouverture, (non utilizzo in modo casuale questo termine invece che sinfonia avanti l’opera), in un unico movimento, un allegro in re maggiore in tempo tagliato, s’inserisce nel clima della vicenda: basti pensare alla perentoria apertura, sul semplice accordo di dominante tramite una figurazione prima discendente.

Lo sviluppo pone in rilievo la configurazione dell’apertura, quasi un leitmotiv che caratterizza l’ambiente “aulico” nel quale si svolge la vicenda che vede protagonisti l’imperatore romano Flavio Valente, Alarico, re dei Goti e la di lui figlia Ademira.

Non sfugga, infine, sul piano letterario, che l’opera di Luchesi presenta una vicenda cara allo Sturm und Drang tedesco, ma già presente nella letteratura musicale prodotta in Germania, basti pensare all’Alarico re de Goti, o il Baltha, composto da Agostino Steffani nel 1687 per la corte di Monaco.

Tale mitologia che rappresenta il contatto diretto tra la cultura classica e quella barbara suggestionerà il Romanticismo Italiano: è difatti di Burger (1747 – 1794), poeta tradotto anche da Berchet, la celebre ballata (1780 circa) che tratta della deposizione nel Busento del re Alarico, mirabilmente elaborata, quasi un secolo più tardi, dal Carducci delle Rime nuove (1861 – 1887).

Bruno Belli

 

1)      L’organico delle 5 pagine qui incise è così disposto: L’inganno scoperto (2 flauti, 2 oboi, fagotto, 2 corni, 2 trombe, timpani e archi); L’isola della Fortuna (2 oboi, fagotto, 2 corni, 2 trombe, timpani e archi); Ademira  (2 oboi, fagotto, 2 corni, 2 trombe, timpani e archi); Il matrimonio per astuzia (2 oboi, fagotto, 2 corni e archi); Le donne sempre donne (2 oboi, 2 corni e archi).

2)      Si trova anche indicato (ad esempio nel catalogo di Franz Stieger del 1977) come L’inganno scoperto o il Conte Caramella, essendo il libretto basato su il conte Caramella da Goldoni per Galuppi nel 1751, ma tali sono i rimaneggiamenti operati dall’ignoto compilatore del nuovo testo che fu scelto un titolo diverso. Non ci sono indizi sufficienti per affermare che l’autore dei rimaneggiamenti dei libretti per Luchesi sia lo stesso compositore, come invece suggerisce Giorgio Taboga.

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