FIABESCO, LEGGERO E IRONICO: L’ELISIR CHE FA BENE ALLA SCALA

Successo per il capolavoro donizettiano con un Vittorio Grigolo in  forma smagliante. Incantano ancora le scene e costumi di Tullio Pericoli, che hanno la forza del classico

di Elena Percivaldi

Che l’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti sia opera solo apparentemente tutta giocosa è un dato assodato. Molti sono i momenti in cui il grande compositore bergamasco si discosta dai luoghi comuni del genere, fissato da poco in forma definitiva e imperitura da Rossini, e li supera a cominciare dal trattamento dei personaggi di Adina e Nemorino: figura poliforme e polifonica la prima (che pur appartenendo alla classe dei rustici se ne discosta per cultura e capacità di dialogare allo stesso livello con il militare e il dottore, seducendoli e soggiogandoli con la sua ironia), “idiota” in formazione il secondo (che da spasimante ingenuo e bamboccione cresce via via acquisendo consapevolezza e introspezione fino al coronamento finale). Vi è poi una non troppo velata critica contro l’abitudine diffusa di decretare il successo solo in virtù dell’appartenenza sociale e del denaro (e relativa finzione dei sentimenti). Ancora, il tema dell’amore nobile ed elevato non come esclusiva prerogativa della nobiltà e dell’alta borghesia, ma proprio anche dei “rustici”. Infine la volontà di indagare il tema dell’illusione come bisogno intrinseco dell’essere umano, che spiega il successo dei ciarlatani di tutti i tempi, dai venditori di elisir di una volta agli imbonitori tv di oggi. Chiave e cerniera di tutto ciò è Dulcamara, la macchina dinamica che indirettamente (l’elisir è solo un effetto placebo)  svela le cose come stanno e agendo consente suo malgrado il trionfo finale dei valori positivi di costanza e onestà:  Adina è da sempre innamorata di Nemorino e solo quando sta per perderlo decide di uscire dagli indugi e dichiararsi, sconfessando la sua volubile civetteria vinta com’è dalla nobiltà d’animo e dalla sincerità dei sentimenti del giovane spasimante. Rimane nello stereotipo, in questo caso grottesco, solo il soldato Belcore,  sempiterna macchietta del “miles gloriosus” popolare nella commedia sin da tempi di Plauto.

L’ascolto di questo gioiello del teatro ottocentesco non è mai quindi pura ripetizione di cliché fini a se stessi, ma dona – se ben eseguita e rappresentata – spunti di riflessione sulla poetica del compositore, estremamente raffinata anche nel genere “popolare”, specie se in pieno accordo con un libretto felice come questo di Felice Romani, superiore di molto all’originale di Scribe da cui la piéce è tratta. Ed è stato il caso della recita scaligera (abbiamo assistito alla seconda) che tornava in Teatro dopo  l’allestimento (coraggioso ma premiato da grande successo di pubblico) all’aeroporto di Malpensa e proposto anche in tv da Rai 5. Una messa in scena nel complesso (salvo qualche incertezza iniziale) ben eseguita, coinvolgente, ironica e dominata dalla prorompente personalità di un tenore, Vittorio Grigolo, la cui capacità di stregare il pubblico sia con la voce sia come animale da palcoscenico è ormai ampiamente riconosciuta. Ma di lui si dirà tra poco.

Il trionfale successo della serata (nei report della “prima” si legge invece di fischi che sembrerebbbero a questo punto ingiustificati) è stato aiutato dalle scene e dai costumi dell’artista Tullio Pericoli (ormai classici: ideati per l’Opera di Zurigo nel 1995, rielaborati nel ’98 e ripresi nel 2001, incantano però di nuovo), che ha trasposto la vicenda in una sorta di villaggio disneyano bidimensionale dai toni fiabeschi e sognanti, un po’ naif forse ma leggeri, divertenti e suggestivi. La sua lettura è stata assecondata dalla regia  di Grischa Asagaroff che ha puntato molto sugli interpreti, tra i quali come capacità di attore hanno brillato, oltre a Grigolo, il bravo Michele Pertusi nei panni di un irresistibile Dulcamara e il suo aiutante Jan Pezzali.

E veniamo alla parte musicale. Fabio Luisi ha diretto in maniera pulita una partitura dinamica e certo non semplice soprattutto nella scelta di alcuni tempi (e infatti in una o due occasioni si è registrata una lieve sfasatura con la parte cantata). Tuttavia la prova è risultata a nostro giudizio positiva  ed efficace nell’evidenziare i vari “mood” dell’opera, ora ironici, ora sognanti, ora introspettivi Splendida in particolare ci è parsa la resa, sospesa e fuori dal tempo, della celebre romanza di Nemorino: voluta quasi come momento a parte,  alludendo forse alla nota questione dell’introduzione forzata del pezzo inizialmente non previsto nel testo del libretto.

Per quanto riguarda le voci, applauditissimo e a ragione è stato Vittorio Grigolo: in effetti la sua è una vocalità prorompente che, accoppiata a un’esuberanza scenica notevole (che, come si è già detto altrove, a volte può anche risultare affettata e sopra le righe), dona a Nemorino una personalità di tutto rispetto e senza penalizzare le sfumature. Egli rende bene il passaggio dall’incontenibile e ingenua energia giovanile del primo atto alla progressiva maturazione e presa di coscienza del secondo, ritagliando nella celebre “Furtiva lacrima” un gran bel momento di introspezione dolente, tutto pianissimi e smorzati: davvero un’esecuzione suggestiva e di grande impatto, travolta meritatamente dall’ovazione.

Nel complesso discreta la prova di Eleonora Buratto. La sua Adina è stata scenicamente ben interpretata –  maliziosa quanto basta, ammiccante, in alcuni momenti anche altera -, ma vocalmente è risultata alterna. Il timbro è bello e pieno, ma l’emissione non sempre perfettamente controllata. Così accade anche che si senta poco nelle note gravi, mentre gli acuti viceversa siano voluminosi ma  fissi e non sempre armoniosi, giungendo ai confini dello strillo.

Discorso simile per il  Dulcamara di Michele Pertusi. Sul palco ha reso magistralmente il personaggio gigioneggiando il giusto e risultando molto divertente nel siparietto della gondoliera (in cui anche la Buratto ha dato il meglio di sé sul piano attoriale). Dal punto di vista vocale  però è sembrato incerto all’inizio, con emissione un po’ fiacca e volume scarso: ma scaldati i motori ha poi condotto la prova da par suo in crescendo, risultando alla fine con Grigolo il più gradito dal pubblico.  Non pienamente soddisfacente invece la prestazione di Mattia Olivieri, che ha mostrato qualche difficoltà di troppo nei passaggi di agilità e nei gravi ci è sembrato non sufficientemente profondo e pure un po’ spento. Buona, infine, la Giannetta di Bianca Tognocchi, dotata di bella voce chiara e intonata. E buono come sempre il coro di Bruno Casoni.

 Foto Tamoni © Teatro alla Scala

LOCANDINA

Adina  Eleonora Buratto

Nemorino Vittorio Grigolo

Belcore  Mattia Olivieri

Il Dottor Dulcamara   Michele Pertusi

Giannetta        Bianca Tognocchi

Accompagnatore di Dulcamara Jan Pezzali

Il trombettiere Mauro Edantippe

Fortepiano  Paolo Spadaro

Regia   Grischa Asagaroff

Scene e Costumi   Tullio Pericoli

Luci Hans-Rudolf Kunz

Direttore  Fabio Luisi

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V° Concorso Internazionale di Canto “MARCELLO GIORDANI” Edizione Europea

Dal 25 al 29 Novembre 2015 – Augusta (SR) Scadenza iscrizioni: 15 Novembre 2015

L’Accademia Musicale Marcello Giordani YAP organizza il V Concorso Internazionale di Canto lirico “Marcello Giordani”. Il Concorso, giunto alla sua quinta edizione, ha l’intento di avviare giovani talenti alla carriera del cantante lirico.

Il Concorso è aperto ai cantanti lirici di qualsiasi nazionalità e di età compresa tra i 18 e i 40 anni.

La selezione e l’ammissione al concorso avverranno in seguito alla valutazione, da parte di una Commissione, del form d’iscrizione e del materiale audio e video inviato (file mp3 o link YouTube). Al concorso verranno ammessi al massimo 130 candidati.

Ogni candidato dovrà presentare cinque arie d’opera, complete di recitativo e di cabaletta, da eseguirsi in lingua originale (almeno tre delle quali in lingua italiana).

Il form per l’iscrizione online dovrà essere compilato entro e non oltre mercoledì 15 novembre 2015.

In caso di problemi o difficoltà con il form online scrivere ANAGRAFICA (Nome,  Cognome, Registro vocale, Nazionalità,  Età, Residenza, Telefono e  E-mail ) e PROGRAMMA DI ESECUZIONE ( 5 arie  Autore, Opera e Aria ) alla seguente email: competition@yapmusicplus.com allegando i documenti richiesti (vedi bando).

LA GIURIA

– DOMINIQUE MEYER: Intendant Of The Vienna Staatsoper

– OLGA KAPANINA: Aritistic Administrator Of Mihailovsky Theater Of San Petersburg

– IAN ROSENBLATT: Artistic Director Of The Rosenblatt Recital Series

– THOMAS YAKSIC: Artistic Director Of Teatro Municipal Sao Paolo Do Brasil

– GIANNI TANGUCCI: Direttore Artistico Accademia Del Maggio Musicale Fiorentino

– ALDO TARABELLA: Direttore Artistico Del Teatro Del Giglio Di Lucca

– SABINO LENOCI: Direttore della rivista “L’Opera”

– MARCELLO GIORDANI: Presidente Del Concorso

I PREMI

– Primo Premio: euro 5.000 alla memoria di “Michele Guagliardo”, padre del tenore Marcello Giordani.

– Secondo Premio: euro 3.000 offerti dalla Rosenblatt Series Recital di Londra

– Terzo Premio: $2000 (dollari) offerti dalla Vero Beach Opera e dalla Deborah Voight Foundation

Altri premi e scritture :

* Teatro SAO PEDRO della Città di San Paolo del Brasile: debutto in un ruolo nella prossima stagione operistica

* Rosenblatt recital Series: offre un concerto a Londra retribuito.

* Premio Speciale Salvatore Licitra di € 1000

* Premio Speciale per il miglior tenore, offerto dalla Fondazione Luciano Pavarotti.

PER INFORMAZIONI:

http://www.yapmusicplus.com/concorso.html; competition@yapmusicplus.com

ROSSINI TOGLIE LA MASCHERA.

Gaia Servadio, Gioacchino Rossini. Una vita.

294 pagg. Feltrinelli, Milano, 2015. 10 euro.

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Uscita tradotta nel 2004 presso Flaccovio Editore, la biografia di Rossini scritta da Gaia Servadio in Inglese (in Gran Bretagna fu pubblicata nel 2003), si leggeva con interesse e con la piacevolezza che accompagna un ottimo romanzo, poiché la giornalista e scrittrice ha l’indubbio talento di raccontare la vita, senza cedimenti all’agiografia e senza evitare di toccare anche gli aspetti meno edificanti del personaggio (in tal senso, chi abbia letto la sua Traviata, in altre parole Giuseppina Strepponi comprende benissimo tale affermazione).

Ora, per Feltrinelli, la Servadio ha largamente rielaborato quel testo, con passione e con documentazione certosina: ci regala, senza dubbio, la migliore biografica che del Grande musicista si possa consultare oggi. Come è posto in evidenza fin dalla quarta di copertina (dove, per altro c’è un evidente errore, giacché il Barbiere di Siviglia debuttò nel febbraio del 1816 e non nel 1815, sicché, il bicentenario del capolavoro comico rossiniano cadrà l’anno prossimo), l’autrice pone come fulcro della sua indagine il perché Rossini, ancora giovane e ai vertici della gloria, decise di smettere di comporre opere, abbandonando il teatro dopo il Guillaume Tell, nel 1829, all’età di 37 anni.

Nel volume si scrive che “la vita di Gioacchino Rossini è più avventurosa di quella dei quattro moschettieri messi assieme, è un romanzo. Da ragazzino povero a uomo ricco e infelice, da giovane di “sinistra” a vecchio di destra però sempre pronto a sfottere imperatori e impostori. Ci sono più di mille donne nel catalogo di Gioacchino, una lista che avrebbe imbarazzato Leporello. Dopo i primi successi è talmente popolare che le ragazzine lo rincorrono per la strada tagliandogli pezzi di vestito da dosso, come succederà con i Beatles, e, se possibile, qualche ciocca di capelli. Lo scrive Lord Byron, furibondo che qualcuno fosse diventato ancora più famoso di lui. Delle opere di Rossini tutti conoscono Il barbiere di Siviglia ma, con la rinnovata percezione del grande compositore, si vanno riscoprendo le opere “serie” e in particolare la sua ultima, il Guillaume Tell, che spalanca le porte al Romanticismo”.

In passato, la maggior parte di chi abbia studiato la biografia rossiniana ha affermato – non discostandosi, a parere di chi scrive, dal vero – che il compositore fu devastato dalla depressione, mostrandosi, così, come uno tra i più grandiosi e rappresentativi depressi della storia.

Gaia Servadio si basa sull’analisi critica dell’epistolario che, all’inizio degli anni duemila, si è arricchito di oltre 250 lettere, molte delle quali appartenenti al periodo che trascorre tra il 1815 ed il 1822 (per il quale avevamo poche testimonianze in tal senso). Tra queste, ve ne sono alcune che esprimono bene le arguzie sovente abrasive del Maestro, le passioni nascoste, il male e il bene di vivere che cominciò ad attanagliarlo già prima dei trent’anni.

A tale proposito è esemplare l’episodio riportato, quando Rossini svenne (evidentemente per un attacco di panico) durante il Congresso di Verona nel 1822 mentre stava dirigendo, convintosi che una statua a lui presso stesse per cadergli addosso. Di certo il superlavoro cui si sottopose per il guadagno (nei primi anni proprio per far fronte alla povertà della sua famiglia) è un elemento fondamentale tra quelli che sfibrarono l’artista.

Tra le lettere interessano, soprattutto, quelle ai propri genitori ed alla prima moglie, Isabella Colbran, incartamenti che la Fondazione Rossini di Pesaro acquistò pubblicando così (Gioachino Rossini, Lettere e Documenti, volume III a, Lettere ai genitori, 1812-1830, a cura di Bruno Cagli e di Sergio Ragni). Ricchissima di notizie e di strafalcioni (Rossini aveva poca dimestichezza con l´uso corretto grammaticalmente della lingua italiana), la corrispondenza ha illuminato vari aspetti del periodo della depressione, solitamente collegato dagli storici all´incapacità del musicista di rinunciare alla sua concezione classica del teatro per adeguarsi ai nuovi dettami del romanticismo.

Così, grazie anche a queste testimonianze la biografia della Servadio ci fa conoscere con concretezza che nel dramma di Rossini, molto è legato alla storia intima.

Dal libro, per esempio, si apprende che Gioacchino, cui numerose biografie hanno attribuito un´infanzia spensierata, fu in realtà un bambino afflitto dalla consapevolezza di essere «figlio di un corno», come lui stesso non esitava a confessare, giacché sapeva che il padre legittimo, Giuseppe, era un buontempone prestatosi a un matrimonio riparatore con la bella Anna Guidarini, rimasta incinta giovanissima.

Quando Rossini ha 37 anni la depressione prende il sopravvento, provocandogli attacchi di panico, ansie persecutorie, insonnie massacranti, ossessioni suicide.

Oltre a questo, però, possiamo leggere anche dell’altro lato di Rossini (quello che il compositore amava divulgare, indossando la maschera che, a lungo, si è creduta che fosse il vero ed unico aspetto): il genio gastronomico, lo humour, il conservatorismo in politica, gli incontri con Stendhal, Beethoven, Balzac, Verdi e Wagner, il rapporto con l´opera buffa e seria.

Infine, è il ritratto dell´artista ormai pingue e pigro, guidato dalla seconda moglie, Olympie Pélissier, infermiera più che compagna, che ci regala di Rossini un conturbante ritratto ricco di umanità.

“La pazzia e il genio sono fratelli gemelli, non solo in Mozart, ma anche in Rossini, afferma sempre la Servadio: forse, proprio qui sta l’eterna verità dell’Arte.

Bruno Belli.

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LA CALLAS “NASCOSTA”

16 settembre 1977, ore 13.30 circa: Maria Callas muore nella sua casa di Parigi. Nel pomeriggio, le agenzie di tutto il mondo battono la notizia che si ripercuote a ondate, comparendo in ogni giornale radio e televisivo. Il giorno successivo il suo nome compare a caratteri cubitali, per nove colonne, per lo più, nelle prime pagine delle massime testate al mondo.

Sono 38 anni esattamente oggi: da allora, sulla Callas si è detto e si è scritto di tutto, il più delle volte a sproposito. Restano, della sua immensa eredità artistica, le registrazioni, ufficiali, quelle carpite a teatro con apparecchi più o meno sofisticati, le trasmissioni radio.

Sembrava, fino a poco tempo fa, che si fosse scandagliato tutto, che la Callas ci appartenesse nella piena totalità…

Poi, improvvisamente, nel 2005, emerge una registrazione di cui non si sapeva, fino allora, l’esistenza: l’aria di Fiorilla Non si fa follia maggiore da Il turco in Italia di Rossini, registrata, con più che buona ripresa, durante le rappresentazioni del 1950 a Roma, presso il Teatro Eliseo, sotto la bacchetta di Gavazzeni. Serate storiche, avvolte nel mito, di cui si era a lungo parlato come importante prova teatrale oltre che preludio per l’opera rossiniana registrata con i complessi della Scala (31 agosto – 8 settembre 1954), incisione che fu termine di paragone fino agli anni settanta del secolo scorso.

L’“inedito” della Callas, fu salutato dall’interesse di molti appassionati e studiosi, sicché il Tima Club, emerita casa specializzata in registrazioni di artisti del passato, volta agli appassionati più esigenti del canto, pose l’aria del 1950 in appendice al disco dedicato al tenore greco Ulisse Lappas, indicando anche la data della ripresa: il 19 ottobre 1950.

E’ interessante ascoltare quest’aria, ora pubblicata anche su Youtube (in calce all’articolo vi diamo il collegamento ipertestuale), per più motivi, tra i quali, in sostanza, balza all’orecchio il tempo staccato da Gavazzeni, più lento rispetto a quello dell’incisione in studio di cinque anni successiva, e l’interpretazione che ne ricava la Callas, molto più lussureggiante quanto al timbro vocale, e con una cadenza che pone in rilievo l’artista nella pienezza della forma artistica.

Di là della singola aria, ovviamente, come sempre è cominciato il ripensamento di quelle occasioni “mancate” alle registrazioni di quelle opere che la Callas affrontò “di striscio”, non facenti parte, invero, del suo repertorio più battuto, ma nelle quali conseguì importanti esiti artistici. Di certo, le uniche tre opere di Rossini che affrontò per intero, Armida, Il Turco in Italia e Il barbiere di Siviglia dimostrano l’approccio affatto moderno che l’artista conseguì quando la “Rossini renaissance” era ancora da giungere, ma, al tempo stesso, segnano il punto di partenza per la stessa rinascita della tecnica vocale per interpretare in modo corretto il repertorio del primo Ottocento italiano.

Così, a distanza di 38 anni, di certo possiamo rimpiangere che la registrazione di quel Turco non sia stata carpita per intero (o forse giace in qualche archivio privato), giacché la presenza di Bruscantini quale Selim suggerisce esiti senza dubbio migliori di quelli di Rossi Lemeni, così come il Narciso di Valletti si sarebbe prediletto al medesimo di Gedda (di certo meno calzante alla vocalità rossiniana, nonostante gli opportuni tagli imposti da Gavazzeni).

E’ il destino di Maria Callas lasciare un’eredità dispersa ed incompleta: gli effetti personali alle aste, le registrazioni talvolta mortificate da inopportune scelte dei produttori artistici e dai contratti…

Così mancano all’appello almeno due tasselli che ci sentiamo di rimpiangere: l’incisione in studio de La Traviata che la EMI non poté mai effettuare in grazia di una clausola contrattuale della Cetra che non diede la liberatoria, a differenza di quanto fece per La Gioconda, e la registrazione della sua Fedora, unico documento scaligero non pervenutoci, giacché la Radio non si collegò in alcuna delle 6 rappresentazioni tra il maggio ed il giugno 1957.

Ed, in effetti, la perdita di Fedora – che nemmeno alcun appassionato sembra avere “carpito” nemmeno in teatro – è tanto più amara se pensiamo che la bacchetta era di Gavazzeni e che il partner era Corelli. Ma, ancor più dispiace non potere toccar con mano i prodigi che, stando alle cronache, la Callas seppe fare dell’insidioso duetto accompagnato dal solo pianoforte nel secondo atto, pagina che poggia sulle doti non solo canore, ma interpretative degli interpreti.

Il destino dei grandi è lo sfuggire, il restare impalpabili ed incomprensibili fino in fondo, l’ammantarsi di un mistero che tiene nascosta parte della loro stessa grandezza: la Divina interprete del “belcanto” era anche un’eccellente interprete del repertorio “verista”, sebbene da lei appena toccato, per la sua proverbiale meticolosità.

Questo sfuggire spiace ancor più oggi, in tempi nei quali non appare ancora tanto più grande, ogni qual volta ci accorgiamo che, ascoltandola, non sentiamo Maria Callas che interpreta, ma semplicemente il concretizzarsi della Musica stessa, sopra del tempo e dello spazio.

Bruno Belli

Maria Callas, “Non si dà follia maggiore” da “Il Turco di Italia” di Gioacchino Rossini (Roma, Teatro Eliseo, 19 X 1950): https://www.youtube.com/watch?v=Oozclyhw7c0

Maria Callas, “Non si dà follia maggiore” da “Il Turco di Italia” di Gioacchino Rossini, Incisione in studio (Scala, 31 VIII – 8 IX 1954): https://www.youtube.com/watch?v=PDqCZionV7Q

 

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LUCI ED OMBRE PER UN ROSSINI SPESSO FRAINTESO

L’edizione 2015 del Rossini Opera Festival è stata caratterizzata da un alternante qualità.

PESARO – Buona edizione, tra poche luci e molte ombre, questo trentaseiesimo Rossini Opera Festival pesarese, il quale ho oscillato parecchio nell’ambito delle tre opere.

Di queste, soltanto La gazzetta si può dire che abbia reso il giusto onore a Rossini, mentre La gazza ladra inaugurale ha posto numerosi problemi per l’interpretazione e L’inganno felice si è poggiato sull’ottima interpretazione delle voci, ché l’orchestra – la pur ottima del Comunale di Bologna – era concertata in modo molto fiacco.

Tra la concitata e fin anche troppo isterica direzione di Donato Renzetti applicata a La gazza ladra ed il catalettico “ron ron” placidamente staccato da Denis Vlasenko, mi pare che l’unico che abbia inteso quale significato proprio possegga il termine “ritmo” per Rossini, sia stato Enrique Mazzola, che ha organizzato La Gazzetta con sapore orchestrale, senza mai cedere l’eleganza alla caricatura involontaria.

Da quest’opera, dunque, è meglio partire.

Ottima la messa in scena di Marco Carniti che ha immaginato (con un occhio alla vecchia regia di Fo) la vicenda trascorrere nel primo novecento, caratterizzando con garbo i personaggi, vestiti con abiti molto belli ed eleganti nel loro taglio semplice mai affettato, creati da Maria Filippi (una rarità, in confronto a certe creazioni di regia e di costumi odierne che, per dir troppo, poco o nulla affermano).

Nessun interprete ha surclassato i compagni, sicché abbiamo assistito ad un’ottima recita di vero teatro, dove tutto si rivelava con naturalezza e spontaneità, frutto, evidentemente, di un’ottima direzione impressa dal regista.

Siccome dal punto di vista vocale tanto le voci femminili quanto le maschili hanno saputo vestire l’arcata rossiniana con appropriatezza, in questi magri tempi per voci educate al canto, che altro affermare se non che si sia trattata di una piacevole e non dispersiva serata a teatro.

Lo stesso, ad eccezione per la direzione della quale ho accennato, si può affermare per L’inganno felice, un vero gioiello di Rossini, un capolavoro degno di figurare tra le sue creazioni migliori, un parto giovanile che andrebbe diffuso con maggiore determinazione anche dai teatri “grandi”.

Bella, veramente, la regia di Grahm Vick, produzione del 1994, immersa tra la vista del mare ed una spiaggia tra scogli, una scena che rammenta una vasta battigia, quasi il riflesso dell’alternarsi delle vicende umane tra il porto e la deriva delle stesse, rappresentazione figurata di quanto occorso alla deliziosa Isabella, cantata ed interpretata con molta grazia da Mariangela Sicilia.

Quanto al canto, poi, finalmente, abbiamo potuto riascoltare una dizione superba tanto nei recitativi (Carlo Lepore e Davide Luciano, rispettivamente Tarabotto e Batone, in più momenti, mi hanno ricordato Sesto Bruscantini… ed è elogio per i due), quanto nelle arie e negli assiemi.

Solo il duca di Vassilis Kavayas è parso un po’ acerbo, ma, se il giovane continuerà a lavorare sulla tecnica, i risultati potrebbero farlo approdare ad un canto più morbido e meno nasale.

Srgadevolissima, invece, La gazza ladra, tanto nell’astruso allestimento curato da Damiano Michieletto (gli fu conferito il Premio Abbiati nel 2007 per la stessa, il che fa supporre con quale attenzione siano elargiti, oggi, la maggior parte dei riconoscimenti!!!), quanto nella direzione di Donato Renzetti. Questi ha evidentemente pensato che, per imprimere drammaticità, bastino il fragore e la corsa isterica.

Ahimè, quanto si dimenticano le lezioni di concertatori operistici, quali un Serafin od un Gui che, senza mai prendere il galoppo, erano in grado di imprimere con poche battute, l’atmosfera di una scena intera!

“Atmosfera morale” non è forse l’espressione coniata proprio dal nostro Rossini? Perché Renzetti ha dimostrato di non rammentare la famosa lettera diretta dal compositore al Filippi nell’agosto del 1868?

Tale direzione non ha di certo giovato alla sguaiataggine scaraventata contro l’udito da parte di quasi tutti i cantanti, tra i quali solo la classe che posseggono ha salvato dallo scempio Alex Esposito nei panni di Fernando e Simone Alberghini in quelli di Fabrizio. La stessa direzione ha tra l’altro esposto il tenore Renè Barbera ad inutili sforzi che nasalizzavano la tessitura acuta, eppure il Barbera mi è parso un cantante di sicura tecnica, da ascoltare nuovamente in altra situazione.

La voce petulante e garrula di Nino Machaidze, dal timbro asprigno, portata alla concitazione ed al grido più che al canto poggiato sul controllo del fiato, mi permette di affermare con certezza che l’interprete pensasse di trovarsi nei panni della gazza eponima, invece che in quelli di Ninetta.

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