LUCI ED OMBRE PER UN ROSSINI SPESSO FRAINTESO

L’edizione 2015 del Rossini Opera Festival è stata caratterizzata da un alternante qualità.

PESARO – Buona edizione, tra poche luci e molte ombre, questo trentaseiesimo Rossini Opera Festival pesarese, il quale ho oscillato parecchio nell’ambito delle tre opere.

Di queste, soltanto La gazzetta si può dire che abbia reso il giusto onore a Rossini, mentre La gazza ladra inaugurale ha posto numerosi problemi per l’interpretazione e L’inganno felice si è poggiato sull’ottima interpretazione delle voci, ché l’orchestra – la pur ottima del Comunale di Bologna – era concertata in modo molto fiacco.

Tra la concitata e fin anche troppo isterica direzione di Donato Renzetti applicata a La gazza ladra ed il catalettico “ron ron” placidamente staccato da Denis Vlasenko, mi pare che l’unico che abbia inteso quale significato proprio possegga il termine “ritmo” per Rossini, sia stato Enrique Mazzola, che ha organizzato La Gazzetta con sapore orchestrale, senza mai cedere l’eleganza alla caricatura involontaria.

Da quest’opera, dunque, è meglio partire.

Ottima la messa in scena di Marco Carniti che ha immaginato (con un occhio alla vecchia regia di Fo) la vicenda trascorrere nel primo novecento, caratterizzando con garbo i personaggi, vestiti con abiti molto belli ed eleganti nel loro taglio semplice mai affettato, creati da Maria Filippi (una rarità, in confronto a certe creazioni di regia e di costumi odierne che, per dir troppo, poco o nulla affermano).

Nessun interprete ha surclassato i compagni, sicché abbiamo assistito ad un’ottima recita di vero teatro, dove tutto si rivelava con naturalezza e spontaneità, frutto, evidentemente, di un’ottima direzione impressa dal regista.

Siccome dal punto di vista vocale tanto le voci femminili quanto le maschili hanno saputo vestire l’arcata rossiniana con appropriatezza, in questi magri tempi per voci educate al canto, che altro affermare se non che si sia trattata di una piacevole e non dispersiva serata a teatro.

Lo stesso, ad eccezione per la direzione della quale ho accennato, si può affermare per L’inganno felice, un vero gioiello di Rossini, un capolavoro degno di figurare tra le sue creazioni migliori, un parto giovanile che andrebbe diffuso con maggiore determinazione anche dai teatri “grandi”.

Bella, veramente, la regia di Grahm Vick, produzione del 1994, immersa tra la vista del mare ed una spiaggia tra scogli, una scena che rammenta una vasta battigia, quasi il riflesso dell’alternarsi delle vicende umane tra il porto e la deriva delle stesse, rappresentazione figurata di quanto occorso alla deliziosa Isabella, cantata ed interpretata con molta grazia da Mariangela Sicilia.

Quanto al canto, poi, finalmente, abbiamo potuto riascoltare una dizione superba tanto nei recitativi (Carlo Lepore e Davide Luciano, rispettivamente Tarabotto e Batone, in più momenti, mi hanno ricordato Sesto Bruscantini… ed è elogio per i due), quanto nelle arie e negli assiemi.

Solo il duca di Vassilis Kavayas è parso un po’ acerbo, ma, se il giovane continuerà a lavorare sulla tecnica, i risultati potrebbero farlo approdare ad un canto più morbido e meno nasale.

Srgadevolissima, invece, La gazza ladra, tanto nell’astruso allestimento curato da Damiano Michieletto (gli fu conferito il Premio Abbiati nel 2007 per la stessa, il che fa supporre con quale attenzione siano elargiti, oggi, la maggior parte dei riconoscimenti!!!), quanto nella direzione di Donato Renzetti. Questi ha evidentemente pensato che, per imprimere drammaticità, bastino il fragore e la corsa isterica.

Ahimè, quanto si dimenticano le lezioni di concertatori operistici, quali un Serafin od un Gui che, senza mai prendere il galoppo, erano in grado di imprimere con poche battute, l’atmosfera di una scena intera!

“Atmosfera morale” non è forse l’espressione coniata proprio dal nostro Rossini? Perché Renzetti ha dimostrato di non rammentare la famosa lettera diretta dal compositore al Filippi nell’agosto del 1868?

Tale direzione non ha di certo giovato alla sguaiataggine scaraventata contro l’udito da parte di quasi tutti i cantanti, tra i quali solo la classe che posseggono ha salvato dallo scempio Alex Esposito nei panni di Fernando e Simone Alberghini in quelli di Fabrizio. La stessa direzione ha tra l’altro esposto il tenore Renè Barbera ad inutili sforzi che nasalizzavano la tessitura acuta, eppure il Barbera mi è parso un cantante di sicura tecnica, da ascoltare nuovamente in altra situazione.

La voce petulante e garrula di Nino Machaidze, dal timbro asprigno, portata alla concitazione ed al grido più che al canto poggiato sul controllo del fiato, mi permette di affermare con certezza che l’interprete pensasse di trovarsi nei panni della gazza eponima, invece che in quelli di Ninetta.

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