LA CALLAS “NASCOSTA”

16 settembre 1977, ore 13.30 circa: Maria Callas muore nella sua casa di Parigi. Nel pomeriggio, le agenzie di tutto il mondo battono la notizia che si ripercuote a ondate, comparendo in ogni giornale radio e televisivo. Il giorno successivo il suo nome compare a caratteri cubitali, per nove colonne, per lo più, nelle prime pagine delle massime testate al mondo.

Sono 38 anni esattamente oggi: da allora, sulla Callas si è detto e si è scritto di tutto, il più delle volte a sproposito. Restano, della sua immensa eredità artistica, le registrazioni, ufficiali, quelle carpite a teatro con apparecchi più o meno sofisticati, le trasmissioni radio.

Sembrava, fino a poco tempo fa, che si fosse scandagliato tutto, che la Callas ci appartenesse nella piena totalità…

Poi, improvvisamente, nel 2005, emerge una registrazione di cui non si sapeva, fino allora, l’esistenza: l’aria di Fiorilla Non si fa follia maggiore da Il turco in Italia di Rossini, registrata, con più che buona ripresa, durante le rappresentazioni del 1950 a Roma, presso il Teatro Eliseo, sotto la bacchetta di Gavazzeni. Serate storiche, avvolte nel mito, di cui si era a lungo parlato come importante prova teatrale oltre che preludio per l’opera rossiniana registrata con i complessi della Scala (31 agosto – 8 settembre 1954), incisione che fu termine di paragone fino agli anni settanta del secolo scorso.

L’“inedito” della Callas, fu salutato dall’interesse di molti appassionati e studiosi, sicché il Tima Club, emerita casa specializzata in registrazioni di artisti del passato, volta agli appassionati più esigenti del canto, pose l’aria del 1950 in appendice al disco dedicato al tenore greco Ulisse Lappas, indicando anche la data della ripresa: il 19 ottobre 1950.

E’ interessante ascoltare quest’aria, ora pubblicata anche su Youtube (in calce all’articolo vi diamo il collegamento ipertestuale), per più motivi, tra i quali, in sostanza, balza all’orecchio il tempo staccato da Gavazzeni, più lento rispetto a quello dell’incisione in studio di cinque anni successiva, e l’interpretazione che ne ricava la Callas, molto più lussureggiante quanto al timbro vocale, e con una cadenza che pone in rilievo l’artista nella pienezza della forma artistica.

Di là della singola aria, ovviamente, come sempre è cominciato il ripensamento di quelle occasioni “mancate” alle registrazioni di quelle opere che la Callas affrontò “di striscio”, non facenti parte, invero, del suo repertorio più battuto, ma nelle quali conseguì importanti esiti artistici. Di certo, le uniche tre opere di Rossini che affrontò per intero, Armida, Il Turco in Italia e Il barbiere di Siviglia dimostrano l’approccio affatto moderno che l’artista conseguì quando la “Rossini renaissance” era ancora da giungere, ma, al tempo stesso, segnano il punto di partenza per la stessa rinascita della tecnica vocale per interpretare in modo corretto il repertorio del primo Ottocento italiano.

Così, a distanza di 38 anni, di certo possiamo rimpiangere che la registrazione di quel Turco non sia stata carpita per intero (o forse giace in qualche archivio privato), giacché la presenza di Bruscantini quale Selim suggerisce esiti senza dubbio migliori di quelli di Rossi Lemeni, così come il Narciso di Valletti si sarebbe prediletto al medesimo di Gedda (di certo meno calzante alla vocalità rossiniana, nonostante gli opportuni tagli imposti da Gavazzeni).

E’ il destino di Maria Callas lasciare un’eredità dispersa ed incompleta: gli effetti personali alle aste, le registrazioni talvolta mortificate da inopportune scelte dei produttori artistici e dai contratti…

Così mancano all’appello almeno due tasselli che ci sentiamo di rimpiangere: l’incisione in studio de La Traviata che la EMI non poté mai effettuare in grazia di una clausola contrattuale della Cetra che non diede la liberatoria, a differenza di quanto fece per La Gioconda, e la registrazione della sua Fedora, unico documento scaligero non pervenutoci, giacché la Radio non si collegò in alcuna delle 6 rappresentazioni tra il maggio ed il giugno 1957.

Ed, in effetti, la perdita di Fedora – che nemmeno alcun appassionato sembra avere “carpito” nemmeno in teatro – è tanto più amara se pensiamo che la bacchetta era di Gavazzeni e che il partner era Corelli. Ma, ancor più dispiace non potere toccar con mano i prodigi che, stando alle cronache, la Callas seppe fare dell’insidioso duetto accompagnato dal solo pianoforte nel secondo atto, pagina che poggia sulle doti non solo canore, ma interpretative degli interpreti.

Il destino dei grandi è lo sfuggire, il restare impalpabili ed incomprensibili fino in fondo, l’ammantarsi di un mistero che tiene nascosta parte della loro stessa grandezza: la Divina interprete del “belcanto” era anche un’eccellente interprete del repertorio “verista”, sebbene da lei appena toccato, per la sua proverbiale meticolosità.

Questo sfuggire spiace ancor più oggi, in tempi nei quali non appare ancora tanto più grande, ogni qual volta ci accorgiamo che, ascoltandola, non sentiamo Maria Callas che interpreta, ma semplicemente il concretizzarsi della Musica stessa, sopra del tempo e dello spazio.

Bruno Belli

Maria Callas, “Non si dà follia maggiore” da “Il Turco di Italia” di Gioacchino Rossini (Roma, Teatro Eliseo, 19 X 1950): https://www.youtube.com/watch?v=Oozclyhw7c0

Maria Callas, “Non si dà follia maggiore” da “Il Turco di Italia” di Gioacchino Rossini, Incisione in studio (Scala, 31 VIII – 8 IX 1954): https://www.youtube.com/watch?v=PDqCZionV7Q

 

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