GIOVANNI SGAMBATI, L’ “EUROPEO”

GIOVANNI SGAMBATI, PIANO QUINTETS AND STRING QUARTETS

Roberto Plano, pianoforte, Quartetto Noferini.

2 cd BRILLIANT CLASSICS 94813

Interpretazione:*****

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Giovanni Sgambati appartiene al numero piuttosto esiguo di compositori che, soprattutto dopo l’Unità d’Italia, s’impegnarono, ognuno in modo diverso e con esiti disuguali, a percorrere la strada della musica strumentale, affrancata dall’esperienza del melodramma. Furono, in gran parte, le indicazioni poste dalle varie “Società del quartetto” sorte nelle principali città italiane (Torino, Milano, Roma, Napoli, ecc.) a spingere le generazioni più giovani ad intraprendere un maggiore approfondimento della creazione musicale dedicata al “genere” strumentale.

Ancora nel 1878, con una certa esagerazione sicuramente, ma per noi come testimonianza importante da un punto di vista storico, il musicologo Giuseppe Zuliani scriveva, nel suo libro Roma musicale, che i suoi contemporanei avevano “un santo orrore” per la musica strumentale, considerandola “un miscuglio incomprensibile di note, una sequela di accordi complicati senza melodie”. Di certo, in Italia, il predominio del melodramma agiva sul gusto musicale della popolazione, ma la musica strumentale non conobbe mai una crisi completa, tanto che gli stessi autori d’opera ebbero modo d’esprimersi in tal senso, a cominciare da Rossini per finire con Ponchielli, forse l’autore che più di tutti ci ha lasciato un cospicuo numero di pagine per diversi insiemi.

Proprio nella Roma di Zuliani, nacque, visse ed operò, Giovanni Sgambati, in un primo momento, come tutti i compositori, in quei salotti dove la musica strumentale era affrontata, spesso per iniziativa o per beneficio degli stranieri residenti. Le “accademie” non presentavano programmi dedicati alla sola musica strumentale: non esisteva, quindi, un pubblico vero e proprio che potesse realizzare sale da concerto.

Si pensi, tra l’altro, che proprio a Roma la prima sinfonia in assoluto che si ascoltò di Beethoven fu la terza nel 1866!

Fu un venticinquenne Sgambati che promosse proprio l’iniziativa di questa esecuzione: egli, assieme al violinista Tullio Ramacciotti ed al violinista e direttore d’orchestra Ettore Spinelli, fu così il principale animatore della vita musicale romana al di fuori del teatro d’opera ed, accanto a Giuseppe Martucci, il punto di partenza del rinnovamento strumentale italiano che culminerà nella figura più rappresentativa ed originale (ma siamo ormai nel Novecento) di Ottorino Respighi il quale, però, si dedicò comunque al melodramma (si pensi, almeno a La Fiamma, La campana sommersa e Belfagor).

Sgambati operò, quindi, un rinnovamento che, in primo luogo, fu culturale, volto al rapido recupero delle esperienze europee poco o nulla praticate in Italia da almeno cent’anni (sinfonia e musica da camera), quindi, propriamente musicale tramite le sue esibizioni quale pianista e compositore.

Sgambati, sebbene vissuto sempre a Roma – in altre parole nella città italiana più chiusa dell’Ottocento al mondo esterno sia per ragioni storiche, sia politiche – fu uomo di cultura aperto alle esperienze europee più disparate, forse anche grazie al fatto di essere stato allievo di Liszt. Tramite la Società de quintetto, della quale fu il fondatore pianista, e la Società Orchestrale Romana guidata dall’amico Spinelli, nata sotto l’egida della Regina Margherita di Savoia, egli fece conoscere, in circa trent’anni di attività, la musica dei maestri contemporanei e del passato, con la preferenza per Beethoven.

Ed in seno alla società nascono proprio le pagine affrontate dal Quartetto Noferini e da Roberto Plano che presentano i due quintetti per archi e pianoforte e i due quartetti per archi composti tra il 1866 ed il 1882.

Come scrive nelle ottime note d’accompagnamento al cd Andrea Noferini “caratteristica somatica delle composizioni di Sgambati era un tentativo di creare una metodicità, laddove romantica o drammatica, suadente o struggente, pur rimanendo dentro a delle precise forme strutturali che non ne alterassero la classicità dei telai d’impianto dei singoli movimenti che formavano l’intero pezzo…In particolare i due quintetti…tanto impressionarono durante un soggiorno romano nel 1876 Richard Wagner al punto da raccomandarlo al proprio editore Schott al fine di pubblicargli tali composizioni”.

I colori ed i timbri delle singole voci sono posti in perfetta evidenza dal Quartetto Noferini e da Roberto Plano che adempiono così ad ottenere l’espressività richiesta da Sgambati, tanto tramite l’impasto sonoro quanto arditezze armoniche e ritmiche che ne permeano il discorso.

Gli artisti impegnati, così, ci presentano un’interpretazione fedele e fantasiosa al tempo stesso della poetica del compositore, grazie alla brillantezza e pulizia del suono oltre all’encomiabile capacità di suonare come fossero un unico corpo.

Bruno Belli

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