Alla Scala un Falstaff irresistibile e di gran classe

Ovazioni per il capolavoro verdiano, penultimo titolo della maxi stagione Expo.

Sul podio Gatti, mattatore assoluto il baritono Nicola Alaimo

di Elena Percivaldi

 

Applausi e ovazioni per tutti e un trionfo meritato per il “Falstaff” di Giuseppe Verdi, penultimo titolo della gigantesca stagione Expo del Teatro alla Scala. E un grande ritorno per Daniele Gatti che, dopo la contestata Traviata che aveva aperto due stagioni fa, si è riconciliato con pubblico e critica con una prestazione davvero maiuscola. Ha contribuito al successo, e non poco, la messa in scena di Robert Carsen, che riprende quella già proposta nel 2013 (allora sul podio c’era Daniel Harding: questa è una coproduzione Scala, Royal Opera House di Londra, Canadian Opera Company di Toronto, Metropolitan di New York e De Nationale Opera di Amsterdam) in maniera assolutamente irresistibile. La vicenda è nota. Falstaff, anziano e grasso esponente della nobiltà inglese in piena decadenza, cerca di sedurre le borghesi arricchite Alice Ford e Meg Page ma viene scoperto e alla fine gabbato. La vicenda, tratta da Shakespeare (Le allegri comari di Windsor e in misura minore Enrico IV) è liberamente adattata da un Arrigo Boito in stato di grazia con un libretto di debordante ironia e comicità. Queste doti sono a loro volta esaltate da una partitura  incalzante, energica, frizzante: il miracolo estremo di un compositore che a ottant’anni suonati (la prima è alla Scala, nel febbraio 1893) non ha timore di mettersi in gioco e anzi si dimostra straordinariamente capace di sperimentare e di innovare più e meglio di tanti altri con meno primavere sulle spalle.

Carsen sceglie di ambientare la vicenda, originariamente collocata nel XV secolo,  nella Londra degli Anni Cinquanta. Alla nobiltà ormai vetusta e in irreversibile declino è contrapposta (anche grazie agli splendidi costumi di Brigitte Reiffenstuel)  l’arrembante Middle Class, dotata di scarsa classe ma in fase di poderosa ascesa dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. A entrambi importa solo il denaro. E sullo sfondo delle scene (magnifiche) di Paul Steinberg che richiamano per gli esterni gli ambienti di caccia (Windsor è, appunto, tenuta di caccia) e per gli interni i tipici salotti inglesi, si consuma una commedia frizzante e irresistibile che punta molto sulle capacità attoriali dei protagonisti, esaltate dal pubblico che risponde con frequenti risate.  Né mancano anche momenti di profonda e malinconica meditazione, come l’inizio del terzo atto, in cui Falstaff rampogna sul cinismo del mondo in compagnia di un cavallo che rumina la sua biada. La morale, comunque, resta sempre quella:  «Tutto nel mondo è burla. / L’uom è nato burlone», e quindi tutti quanti, spettatori compresi, risultano gabbati dalla vita: l’unica cosa da fare è riderci sopra e stare al gioco.

Lo spettacolo è, sotto tutti gli aspetti, pienamente riuscito. Se sul piano teatrale è risultato come detto di grande godibilità ed efficacia, su quello musicale non ha deluso le aspettative. Gatti ha dato della partitura una lettura dinamica, trasparente e pulita, dipingendo in maniera eccellente tanto i momenti energici e frizzanti quanto quelli più notturni e meditativi. All’ottima prestazione di direttore e orchestra ha corrisposto un’altrettanto esaltante interpretazione da parte dei cantanti, tutti perfetti e a loro agio nelle rispettive parti. Nicola Alaimo è stato un Falstaff monumentale. Dotato di presenza scenica strabordante, il baritono palermitano ha confermato di possedere mezzi vocali di tutto rispetto e una capacità attoriale di primissimo ordine, tratteggiando un Sir John opulento, ironico, spiritoso ma mai grottesco, e riuscendo a dare rara profondità e credibilità ai momenti meditativi e di rampogna. Il pubblico lo ha premiato con una vera e propria ovazione. Altrettanto efficaci, sia singolarmente che nei momenti di insieme, le comari di Windsor: Eva Mei (Alice), Laura Polverelli (Meg) e soprattutto Marie-Nicole Lemieux (Mrs. Quickly). Di quest’ultima non si può non sottolineare, oltre alla voce piena e possente, la verve comica che si esalta soprattutto nei dialoghi con Sir John (esilaranti le riverenze e gli ammiccamenti) e nella scena corale del Quadro II, quella della cesta. Da segnalare anche la Nannetta di Eva Liebau,  tanto graziosa e leggera quanto appassionato e accorato è il “suo” Fenton interpretato da Francesco Demuro.  Notevole il Ford di Massimo Cavalletti, dotato di voce piena, garbo (ed eleganza, anche quando finge di essere il grottesco signor Fontana) e ottima presenza scenica.  Corretti, briosi e divertenti sia il Bardolfo di Patrizio Saudelli  che il Pistola di Giovanni Battista Parodi, e pedante il giusto (ma risulta comunque simpatico) il Dottor Cajus di Carlo Bosi. Ottimo, ma non è certo una novità soprattutto trattandosi di Verdi, il coro diretto da Bruno Casoni. Alla fine, strameritati applausi per tutti.

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