MARCO CADARIO PORGE GLI AUGURI NATALIZI E DI ANNO NUOVO AI LETTORI

Bilancio di un anno e sguardo al futuro: così Marco Cadario conversa con i lettori di CLASSICONLINE nell’imminenza delle Festività natalizie tramite un’intervista a cura di Bruno Belli.

Il 2015 ha segnato una nuova importante tappa nella carriera di Marco Cadario, musicista di vaglia, pianista, fortepianista, clavicembalista ed organista, oltre che direttore di Classicaonline: si tratta della partecipazione agli appuntamenti principali, dove si propone musica d’organo, quali la Rassegna Antichi organi della Provincia di Varese, Organalia 2015 (che si svolge in Piemonte), ed il Festival Concertistico Internazionale “Organi Storici del Vicentino” (giunto quest’anno alla diciottesima edizione).

Marco Cadario propone un repertorio affatto particolare e “nuovo”, tratto dalla tradizione organistica italiana, tassello contrapposto alla più celebre nordica, ma non meno interessante.

Ora si aggiunge la qualifica di organista, dopo le altre importanti prove alla tastiera. Come mai questa nuova veste? Una cesura con il passato o un arricchimento?

Direi, senza dubbio, che si tratti di un arricchimento, di un successivo tassello nel mio approfondimento con il mondo della “tastiera”, giacché, nel passato, se scorriamo anche gli annali della storia della musica, non c’era una netta distinzione tra i diversi strumenti che presentano, per l’appunto, una tastiera, per quanto riguarda l’approccio esecutivo.

Ovviamente, lo stile di ogni strumento, oltre che il timbro e le caratteristiche peculiari, sono diversi, ma la tecnica “di base” resta la medesima. Al tempo di Bach, sovente, un lavoro per tastiera poteva essere destinato tanto all’organo quanto al cembalo. In Italia, poi, era prassi affatto comune.

Per quanto mi riguarda, in particolare, sono sempre stato più noto come pianista all’estero rispetto che in Italia, dove, evidentemente, c’è un modo molto piuttosto particolare nell’organizzazione delle rassegne e nella scelta degli appuntamenti per i calendari dei concerti. Quindi, il mio approccio alla tastiera, nel nostro paese, ha preferito indirizzarsi verso repertorio organistico, così da potermi dedicare ai tanti autori e brani che è possibile proporre con il piacere da parte mia e del pubblico.

Perché parli di “piacere”?

Spesso si pensa al repertorio organistico Tedesco oppure a quello tardo romantico Francese che richiedono, in effetti, anche da parte dell’ascoltatore, molta esperienza, essendo frutto di una poetica ormai volta a ricerche timbriche ed armoniche molto particolari più che all’aspetto “melodico”.

Il repertorio italiano, invece, ha una netta influenza e scambio con la vita teatrale e, pertanto, si nutre dello stesso melodramma, imitandone le caratteristiche liriche, quando non traendo proprio dall’opera i temi più celebri.

Prima del Movimento ceciliano che si poneva quale scopo il riportare la musica ecclesiastica ad un’ispirazione meno “profana”, gli autori del Settecento e dell’Ottocento, in Italia, scrivevano, come dicevo prima, con il medesimo stile sia che dedicassero una sonata al cembalo, oppure all’organo.

Addirittura, nel XIX secolo, pagine di Rossini, Donizetti Mercadante o Verdi, opportunamente adattate, diventavano sonate da chiesa, preludi all’elevazione, momenti liturgici.

Sembra un fatto strano per molti, ma fu un momento storico particolare che, nel melodramma, raccolse il nucleo e l’apice dell’arte musicale italiana ottocentesca con gli inevitabili influssi nelle varie branche.

Quindi, qual è lo spazio del tuo repertorio organistico?

Da Zipoli al 1890, anno della “Riforma ceciliana”, con particolare approfondimento per l’Ottocento.

Come ti poni di fronte allo strumento, giacché ogni organo ha caratteristiche diverse?

Ogni approccio è una ludica sfida. Ogni strumento ha a disposizione registri che pur avendo la stessa nomenclatura hanno un risultato sonoro diverso.
Ogni organo ha sfumature differenti.
Il mio compito, il mio “motto artistico” è trarre dalla tavolozza di cui ogni strumento dispone un insieme di colori diversi, per quanto possibile, che siano sempre riconducibili a un’impronta personale che mira, dato il particolare repertorio tanto alla purezza adamantina del suono, quanto alla varietà orchestrale.

Ed il pubblico?

Il pubblico delle rassegne di musica organistica è molto eterogeneo, perché comprende appassionati dello strumento di tutte le età. Anche molti giovani sono attirati dal repertorio che, in effetti, è “nuovo” perché poco frequentato.
Tra l’altro, quello che eseguo fa parte di un repertorio che l’Italiano sente proprio, perché è uno stile con il quale ha convissuto lungo la storia artistica de nostro Paese.

Dobbiamo anche precisare, in effetti, che gli strumenti erano costruiti in base alle richieste ed alle esigenze del repertorio: gli strumenti settecenteschi, ad esempio, hanno tastiere ridotte e piccoli effetti quali le zampogne o gli “usignoli”, quelli ottocenteschi conservano la purezza del ripieno tipicamente Italiano al quale uniscono un grande numero di effetti strumentali-orchestrali fino a giungere (negli strumenti più elaborati) alle percussioni tipicamente bandistiche.

Durante i concerti, poi, mi piace (e credo che sia un modo molto importante di porsi verso l’esecuzione organistica) coinvolgere il pubblico direttamente proiettando l’immagine di me mentre suono, per non far provenire soltanto musica dalla cantoria, ma per rendere partecipe l’ascoltatore, come negli altri tipi di concerto, della tecnica e del coinvolgimento dell’interprete.

Nel 2015 hai effettuato anche un’importantissima tournèe europea come clavicembalista, interpretando le “Quattro stagioni di Vivaldi”. Ci puoi comunicare qualche notizia in proposito?

Debuttare ne Le quattro stagioni è sicuramente un grande impegno artistico, ma anche emotivo. Tanto più se questo avviene, così come è stato, nelle più grandi sale da concerto d’Europa.

Le tre tournée che ho tenuto con la californiana Classical Concert Chamber Orchestra, infatti, hanno toccato luoghi quali il Palau de la Musica di Barcellona, l’Auditorium Nacional de la Musica di Madrid, il Teatro Le Corum a Montpellier, il Teatro Carlo Felice di Genova, il Teatro Rossini di Pesaro, solo per citarne alcuni.

Che significato ha, per te, l’approccio con diversi strumenti?

Importantissimo. E’, come accennavo, un arricchimento, non un metodo dispersivo. La poliedricità mi permette di scavare a fondo nel repertorio, nel cogliere sempre nuovi metodi espressivi, nell’ accentare diversamente una frase, un tempo, anche un accordo, sulla base delle diverse caratteristiche timbriche dello strumento.

Suonare in più modi, ora da solista, ora nell’insieme, dove però, si è tanti solisti che eseguono musica in modo paritetico, senza che nessuno “accompagni” semplicemente l’altro, permette la crescita artistica, ed anche il divertimento.

Perché io mi diverto, adesso, a suonare con gli altri, oppure da solo, operando sempre per il piacere di interpretare, di coinvolgere chi venga ad ascoltarmi.

Certo, perché l’arte non è una cosa paludata, un reperto archeologico: essa vive quando noi stessi, per primi, la sentiamo vivere in noi, quando ci divertiamo e proviamo piacere nel creare sempre in modo nuovo quello che, sulla carta, è un semplice tratto che, con lo strumento e con l’interprete, prende anima e corpo.

Tra i prossimi appuntamenti, nell’imminente 2016, quali nuovi orizzonti pensi di raggiungere?  

Ho già degli appuntamenti fissati, però, in particolar modo, mi piace qui segnalare la partecipazione ai Concerti brandeburghesi di Bach, sempre nelle vesti di clavicembalista, con l’Orchestra Vivaldi di Sondrio: si terranno l’11 e 18 marzo e l’1 e 8 aprile (la serata finale so chiuderà con l’interpretazione dello scintillante n. 5) presso l’Auditorium di Morbegno.

Mi auguro, quindi, che il 2016 possa segnare un nuovo tassello nella mia crescita artistica, così come, ai nostri lettori di Classicaonline, in prossimità del Natale e dell’Anno nuovo, mi sento di dedicare, soprattutto, tanta serenità e che possano anche loro realizzare qualcosa tra quelle cui maggiormente tengono.

Lo auguro a tutti, con sincero cuore.

Bruno Belli

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