EDUARD STRAUSS: UN CENTENARIO PER LA MITTELEUROPA

Quando caddero le barriere dell’Arte.

Arte e società non sono disgiunte. Il centenario della morte di Eduard Strauss, ultimo superstite della famiglia di musicisti più famosa d’Europa, artista fedelissimo alla corona asburgica tanto da farsi seppellire con l’Uniforme ufficiale dell’Impero, permette, oggi, di percorrere l’interazione fra diverse esperienze che, intersecandosi, produssero un linguaggio artistico comune che si esprime tramite lessici solo apparentemente differenti tra loro. Ed, in tal modo, tra Otto e Novecento, la società ampliò gli orizzonti socio culturali.

Per l’occasione, curerò alcuni approfondimenti sulla vita sociale e culturale (con particolare attenzione alla “dinastia Strauss) per questa mia rubrica, partendo da oggi.

Il centenario della morte di Eduard Strauss, spentosi il 28 dicembre 1916, durante il primo conflitto mondiale (rappresentazione della caduta “ufficiale” dell’impero asburgico che andava sotto il nome di Austria Felix) permette di riflettere sul periodo più vitale che l’Età moderna annoveri.

Nel primissimo Novecento, quando l’Impero asburgico ormai già scricchiolava sotto la differenziazione tra i popoli compresi, operavano a Vienna numerosi artisti, spesso in diretto contatto tra loro, che rivolgevano un’attenzione particolare alle più svariate esperienze contemporanee, espresse non solo nei territori appartenenti alla dominazione austriaca, ma anche nel resto dell’Europa, in primis in Francia.

Accanto ad uno dei pittori più rappresentativi del momento, Gustav Klimt, operava, in campo musicale, un alto Gustav, Mahler, che, quale direttore d’orchestra, volle far conoscere al pubblico capolavori del Settecento dimenticati e, come compositore, per il vero poco apprezzato dai contemporanei, rivoluzionò il concetto di “sinfonia”.

(Gustav Klimt)                                                                                                                                                                                                                     (Gustav Malher)

Un altro compositore, Richard Strauss, trovò nel drammaturgo e letterato Hofmannsthal l’artista ideale che sapesse creare libretti non soltanto funzionali alla musica, ma che avessero la capacità di integrare fattivamente fra loro le arti. Avendo assistito ad una rappresentazione de La signora delle camelie di Dumas, protagonista Eleonora Duse, Hofmannsthal rimase così affascinato dalle doti dell’attrice da scrivere un’Elettra in francese che sarebbe stata pubblicata solo nel 1978: testo che gli servì per la tragedia omonima – conosciutissima – e per la riduzione a libretto per Strauss.

Aveva Hofmannsthal scritto, così, per quella Eleonora Duse che era stata la vibrante compagna di Arrigo Boito, lo scapigliato di un tempo che, avendo lasciato il movimento, verso la fine degli anni sessanta dell’Ottocento, era divenuto, all’approssimarsi del nuovo secolo, l’“oracolo culturale dell’Italia unita”, come sinteticamente lo definì Fedele d’Amico. La stessa Duse, famosa per i travagliati rapporti col D’Annunzio che, per lei, creò un teatro di parola che, invece di piacere agli Italiani, conquistò i Parigini ed ebbe tra gli ammiratori persino Claude Debussy che musicò una riduzione de Le martire de Saint Sebastien creato dal Vate nella capitale francese.

La Francia è il paese dove l’“Art Nouveau” era nata: un’arte che influenzò la moda, l’arredo, l’architettura di mezza Europa, affascinando un giovane dottor Freud che, proprio a Vienna, andava studiando gli effetti dell’inconscio sull’individuo, suscitando un tal clamore che persino Arthur Conan Doyle ne scrisse raccontando un’avventura di Sherlock Holmes.

(Decorazioni liberty terme Berzieri)

Insomma, è possibile “leggere” un’epoca tramite le espressioni socio culturali dei diversi paesi: arte e società, infatti, non sono mai disgiunte, né sarebbe possibile comprendere un autore, dimenticandone la situazione storica.

Così, mi è parso interessante, per alcune settimane, tentare di ricostruire, raccontando la compenetrazione delle arti, della storia e delle espressioni varie della società, quella Mitteleuropa che, in effetti, fu soltanto il lato più “popolare” della conclusione di un processo storico partorito dall’incontro-scontro delle forti realtà francesi ed asburgiche.

Da esse, grazie alla concordia apparente tra i popoli europei che, in virtù dei nuovi mezzi di comunicazione, trovarono maggiore facilità nei contatti, scaturirono idee che interagirono direttamente nella società, perché, se il Metternich aveva potuto affermare che “se Parigi starnuta tutta l’Europa prende il raffreddore”, ottant’anni dopo questa influenza aveva reso gli Europei consapevoli che i nazionalismi avrebbero arrestato lo sviluppo del Vecchio continente. (continua)

Bruno Belli

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