EDUARD STRAUSS: UN CENTENARIO PER LA MITTELEUROPA (II)

LA MITTELEUROPA DEI CONTRASTI.

Una “Belle – epoque” per scongiurare il “brutto” quotidiano.

Fu proprio durante la “Belle – epoque”, facciata creata ad hoc dalle classi abbienti per ignorare le “brutture” del quotidiano, che l’arte assunse un ruolo nuovo, quello della “denuncia sociale”, divenendo strumento che, soprattutto nella pittura, grazie all’impatto visivo, si facesse carico di “evocare” lo spettro insanabile dei contrasti.

Un arabesco vario, frutto di variegate tessere di mosaico, potrebbe rappresentare, graficamente, in modo appropriato l’epoca a cavallo tra l’Otto ed il Novecento, per le tante esperienze socio culturali che s’intersecarono e che, non di rado, si respinsero reciprocamente.

Tenendo presente come punti cardine la data di nascita e di morte di Eduard Strauss (Vienna, 15 marzo 1835 – Vienna, 28 dicembre 1916), balza all’occhio un dato che permette di riflettere sulla “fucina” sociale e culturale del tardo Ottocento, dove la società, con le luci e con le ombre che ad essa si accompagnano, si espresse talora in modo contradditorio: la “Belle – epoque”, infatti, rappresenta soltanto l’aspetto il più appariscente che la “buona società” volle fare apparire quale elemento caratteristico della vita quotidiana dell’epoca.

Ben diversa, infatti, era la realtà, dove, ad una borghesia senza dubbio agiata, e ad una nobiltà per lo più spiantata, ma la frequentazione della quale era ambita dai borghesi stessi e dalla politica, si contrapponeva il proletariato urbano e agricolo, classi che potevano solo assistere da spettatori alla parata splendente (e ben recitata) del “bel mondo”.

Le esigenze e le richieste di elementari diritti per coloro che rappresentavano l’elemento fondante della società produttiva provocarono una rivoluzione certamente lunga e poco appariscente, che, però, produsse, per la prima volta, una spaccatura insanabile tra ricchi e poveri. Se la nascita dei sindacati in Europa fu il primo passo affinché il proletariato fosse considerato come reale elemento sociale nelle stanze dei bottoni, non si può dimenticare che ogni attento osservatore avrebbe rilevato, per lo più, povertà, indigenza, mancanza d’istruzione (soprattutto in Italia, ma anche nel cuore dell’Europa centrale), malattie endemiche e sovvertimenti contro l’ordine precostituito.

Come ignorare che anche l’arte si fece carico di questa “denuncia”?

“Il quarto stato” (1901) –  Giuseppe Pellizza da Volpedo

E’ la prima volta che l’Arte diventa uno dei principali mezzi di “denuncia sociale”: “Il quarto stato” (1901) di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1860 – 1907) è chiaramente un monito, ma è altrettanto esemplare “Il vagone di terza classe” del 1864, di Honoré Daumier (1808 – 1879).

Ai Preraffaelliti che “rivisitano” il medioevo (come, in architettura, fa chiaramente Camillo Boito pur tramite l’Eclettismo che ne caratterizza l’opera), capitanati da Dante Gabriel Rossetti (1828 – 1882), risponde, ad esempio, un Norvegese che denuncia la plumbea quotidianità dell’area germanica, Charles Munch, il cui “L’urlo”, del 1893, resta, senza dubbio, tratto distintivo, ma opera parziale nel corpus di un autore che vive la quotidianità della società trasferendola in chiave “visionaria” nella pittura. Sono le angosce dell’uomo che dirompono senza motivo apparente in questo dipinto: un elemento chiave che interessa la cultura dell’epoca.

Amico di Munch era il drammaturgo August Strindberg (“La stanza rossa”); dell’inconscio “incomprensibile”, ma da comprendere, di lì a poco, se ne occupa Sigismund Freud, come ricordammo nell’articolo precedente.

Allora, potremmo così affermare che La “Belle epoque” è la rappresentazione in letteratura, musica, arti figurative, eccetera, dello scongiuro nei confronti della morte, del dolore, dell’indigenza: un giro di “valzer” che, inebriando i sensi, con l’aiuto dello champagne, scandisce la vertigine della vita, tramite la vertigine del ballo.

Ma, cosa sia e cosa rappresenti il valzer per l’epoca, tratteremo la prossima volta (continua.)

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