LA «PRIMA» DELLA SCALA: IL PROFICUO BUON SENSO DI CHAILLY

di Bruno Belli

MILANO – Qualche considerazione introduttiva è necessaria per scrivere della «prima» scaligera del 7 dicembre con «Madama Buttrefly» di Puccini, versione originale del 1904, considerazione che riguarda il maestro Riccardo Chailly.

Innanzi tutto, dopo i dieci anni che sono serviti ad abbassare il livello qualitativo del Teatro, Chailly si è chiesto come recuperare pubblico perso, bilanci dissestati, orchestra in mal parata ed ha risposto con pragmatico buon senso dimostrato già con la «Giovanna d’arco», lo scorso anno, e tramite parte della stagione conclusa: proporre spettacoli senza grandi ambizioni pseudo intellettuali e considerazione per quello che la “vecchia scuola” direttoriale italiana faceva di principio, un sicuro e professionale “mestiere” nel senso migliore della parola.

Per l’opera inaugurale, ha aggiunto solo un pizzico d’intellettualismo preferendo la versione originale della «Butterfly» (che conta, tra l’altro, già due versioni discografiche), sicuramente meno rifinita della definitiva, frutto non solo del rimaneggiamento bresciano del 20 maggio 1904, ma di successive tappe: il 28 ottobre 1905 a Bologna, direttore Arturo Toscanini, il 1906 in America, protagonista maschile Caruso, ruolo eponimo era Geraldine Farrar ed, infine, a Parigi, lo stesso anno, quando subisce la radicale trasformazione.

Quindi, non è a Brescia, come si è sempre detto e come abbiamo sentito anche in questi giorni dai solerti gazzettieri di turno, ma per la versione di Parigi che Puccini compie il più rilevante rimaneggiamento, con l’aggiunta dello svarione «Addio, fiorito asil» la cui eccezionale qualità musicale non nasconde l’insulsa scelta di introdurre quest’assolo così incongruo rispetto al carattere di Pinkerton.

Inoltre, Puccini apportò successivi ritocchi fino al 1920 quando l’opera tornò a Milano (al Teatro dal Verme): questo, da una parte segna, segna l’insoddisfazione del musicista per questa “farfalla” dall’altro, la volontà di migliorarla, sicché abbiamo ascoltato, in effetti, un canto meno abbandonato e più declamato, con linee melodiche vocali senza dubbio di minore impatto.

Ad ogni modo, Chailly, come scrivevamo, ha giocato delle carte vincenti nel proporre uno spettacolo “sicuro”, grazie anche all’apporto del regista Alvis Hermanis, il quale si è mantenuto su di un piano tradizionale, tra l’altro con bellissimi effetti di luce per fare risaltare lo splendore dei ciliegi, così importanti anche nello svolgimento dell’azione.

Con ogni probabilità, la scelta di intraprendere una strada dove il “mestiere” possa colmare i buchi lasciati dalla sciagurata gestione Lissner / Barenboim è cosa giusta e condivisibile.

Detto questo, però, le falle c’erano e riguardavano, soprattutto, gli interpreti, giacché Chailly, scegliendo tempi piuttosto dilatati, ha sì posto in evidenza i raffinati impasti timbrici di una delle più sgargianti partiture pucciniane, ma non ha giovato ad esempio all’interprete, una Maria Josè Siri che, dopo esiti alterni, non convince completamente nemmeno in questo ruolo.

Il problema è che le signorine soprano del giorno d’oggi, («soprano»: termine da declinare rigorosamente al maschile, sebbene tutta la stampa scriva «la soprano»…asinoni, asinoni, asinoni!!!) hanno la cattiva abitudine di votarsi ad un repertorio onnivoro con palesi e repentini danni al loro organo vocale. Inoltre, una latente mancanza di professionalità che le costringe, quindi, a non rifinire il lavoro dell’appoggio sul fiato, dissesta la linea del canto che finisce sempre con mostrare le maggiori falle e gli “scricchiolii” nel «cambio di registro».

Senza infamia e senza lode Bryan Hymel quale Pinkerton, il cui essere americano gli ha giovato nell’immedesimarsi nel ruolo dello yankee vagabondo, mentre veramente fastidiosa la Suzuki di Annalisa Stroppa, signorina che i maestri “di mestiere” (Serafin, Votto, Sanzgono, ecc. ecc.) avrebbero immediatamente protestato.

Carlos Alvarez per me resta un enigma che non so risolvere, un po’ come, a suo tempo, per molti era Justino Diaz, apprezzato dal pubblico, ma incomprensibilmente, giacché di canto sempre rozzo.

Ottimo il coro; l’orchestra, dopo un anno di lavoro con Chailly, è tornata ad essere degna del nome della Scala: possiamo condividere la promozione dell’allestimento tutto, apprezzato dal pubblico, ma soltanto con la sufficienza.

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