IL “DIMENTICATO” BICENTENARIO DI GIOVANNI PAISIELLO E L’OCCASIONE MANCATA DELLA «FEDRA»

L’edizione di Catania del gennaio 2016 ora riversata su cd Dynamic.

GIOVANNI PAISIELLO, FEDRA

Raffaella Milanesi, Artavazd Sargsyan, Anna Maria Dell’Oste, Caterina Poggini.

Coro e orchestra del Teatro Massimo «Bellini» di Catania, Jerome Correas.

2 cd DYNAMIC CDS7750/1-2

Interpretazione:**

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L’anno terminatosi da qualche settimana, vedeva il bicentenario della morte di Giovanni Paisiello, una delle massime personalità musicali di tutti i tempi: come il solito, l’Italia ha mancato l’appuntamento e soltanto alcuni teatri si sono ricordati del compositore nativo di Roccaforzata, esponente tra i massimi della «Scuola napoletana», che contribuì a diffondere all’estero gran parte della tradizione della musica peninsulare.

Tra le poche iniziative dedicate a Paisiello, dunque, si impegnò, proprio lo scorso gennaio 2016, il Teatro Massimo «Bellini» di Catania, presentando uno dei capolavori “seri” del compositore, la «Fedra», che aveva avuto una rivisitazione soltanto nel 1958 grazie ad una trasmissione radiofonica, quando la RAI, che poteva permettersi di avere ben quattro orchestre ed altrettanti cori (Torino, Milano, Roma, Napoli), si occupava di cultura e non di mero commercio.

Purtroppo, di là delle ottime intenzioni, l’edizione del Teatro Massimo del 2016 non brilla certo per esito, come attesta la registrazione dello spettacolo da poco riversata su cd dalla meritoria etichetta genovese Dynamic: un peccato, perché l’appuntamento, così, può dirsi mancato, sebbene ci permetta di meglio renderci conto direttamente dell’impostazione che Paisiello diede alla partitura, oggetto di alcuni adattamenti, che tra poco vedremo, nella vecchia edizione RAI.

La «Fedra», su libretto di Luigi Bernabò Salvoni, tratto dal testo che Carlo Innocenzo Frugoni aveva preparato per l’«Ippolito ed Aricia» di Tommaso Traetta alla corte parmense, a sua volta derivato dall’«Hippolyte et Aricie» di Pellegrin per Rameau, attesta le scelte che Paisiello operò, negli ultimi venti anni di carriera, verso testi che guardavano, in parte, alla tragedia lirica francese, ed, in parte, all’opera “riformata”, nella derivazione dello stesso Traetta, piuttosto che in quella gluckiana.

Ed, in effetti, sebbene le opere di Paisiello non si discostino di molto dall’impostazione generale di stampo metastasiano per quanto riguarda la distribuzione delle arie, la maggiore presenza del coro e di qualche pezzo d’assieme concorrono ad una maggiore elasticità drammatica che troverà l’esito più alto nell’«Elfrida», proprio sul testo di Calzabigi, il collaboratore di Gluck, nella quale il compositore arriva addirittura a chiudere la tragedia con un «recitativo accompagnato» della protagonista, come in un dramma di prosa, senza commenti di personaggi o di coro.

La «Fedra» non giunge ai vertici dell’«Elfrida», sebbene vi sia la scena della discesa di Teseo agli inferi molto ben costruita, con effetti drammatici di sicura presa e con una mobilità musicale tra recitativi, ariosi ed interventi del coro che sono molto appresso a quella relativa delle furie dell’«Orfeo» gluckiano.

Andata in scena al Teatro di San Carlo di Napoli il 1 gennaio 1788 con molto successo, l’opera finì nel “dimenticatoio” della produzione settecentesca per quasi due secoli, fino alla ripresa radiofonica che, sebbene di taglio drammaturgico incisivo, presentava un cast di solidi professionisti, ma poco avvezzi allo stile musicale de tardo Settecento, con la scelta di affidare il ruolo di Ippolito, pensato per il grande Girolamo Crescentini, invece che ad un soprano alla voce di tenore, secondo la medesima prassi che si effettuava con Idamante dell’«Idomeneo», versione accettata da entrambi gli autori (tanto Paisiello, quanto Mozart), ma non autentica. Inoltre, l’esecuzione presentava alcuni tagli non solo nei recitativi.

A Catania, invece, scelsero di rifarsi all’autografo conservato al Conservatorio di San Pietro alla Maiella, il che permise così di ascoltare il ruolo di Ippolito interpretato da un soprano con i differenti equilibri nei pezzi d’assieme e soprattutto nel duetto con Aricia presente nel secondo atto.

Però, se l’orchestra è guidata con mano sicura e non priva di fantasia da Jerome Correas, il disastro delle voci è lì a testimoniare che per determinate operazioni servono solidi professionisti od eccellenti artisti, non soltanto cantanti volonterosi dai vistosi limiti vocali.

Sicché Fedra di Raffaella Milanesi avrebbe anche qualcosa di drammatico da offrire, ma l’emissione perfida ed il legato inesistente ne creano un personaggio quasi grottesco; Caterina Poggini non è un malvagio Ippolito, ma piccino piccino, lontanissimo dalla parte creata per Crescentini, tra l’altro con palesi difficoltà nella coloratura e Anna Maria dell’Oste nella parte di Aricia è appena sufficiente.

Meglio il tenore Aravadz Sargsyan nel ruolo di Teseo, soprattutto nei recitativi della scena agli Inferi, la quale naufraga, però, per un perfido Giuseppe Lo Turco, caricatura di basso nel ruolo di Plutone e per un coro piuttosto spaesato.

Un’occasione mancata…peccato!

Bruno Belli.

 

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