ALLA SCALA MICHELE MARIOTTI, IL DIRETTORE NON-MELOMANE CHE AMA IL ROCK E VA IN BICI

Incontro con il musicista trentottenne che dirige ‘Orphée et Eurydice’ di Gluck in una versione che mette l’orchestra in scena e non in buca e che è arricchita da mezz’ora di balletti. E dice: “Non faccio questo mestiere per essere il migliore ma per migliorare”

di Anna Bandettini
da: http://www.repubblica.it del 18
/02/2018 

Diciamolo: nell’immaginario collettivo il direttore d’orchestra è un signore in età, altezzoso, imperioso, sprezzante verso ciò che non sia musica colta…. E invece no. Lui quando può va in bicicletta da corsa per rilassarsi, ama la cucina, si definisce un non-melomane, ascolta musica rock e pop se capita (“Sanremo no, non l‘ho seguito, lavoravo e poi è così lungo, una settimana, che dopo un po’ mi annoia”), è sposato con una delle più belle soprano, Olga Peretyatko con cui fa coppia molto moderna, tutti e due sempre in viaggio, lei attratta dalla Svizzera, lui deciso a non lasciare la casa-base di Pesaro, la città dove è nato e cresciuto all’ombra del Festival rossiniano ideato e, fino alla scorsa edizione, diretto dal padre Gianfranco.

Michele Mariotti ha 38 anni, il viso ancora da giovane studente, e dirige da quando aveva 26 anni. Oggi è considerato uno dei direttori d’orchestra più importanti e non solo della sua generazione. Salisburgo la scorsa estate, New York, Parigi dove il 28 settembre inaugurerà la stagione dell’Opéra con Les Huguenots di Meyerbeer, e dove nel 2019 dirigerà La traviata e Don Pasquale e ancora il Teatro Regio di Torino, l’Opéra de Wallonie di Liegi, il Comunale di Bologna dove è direttore musicale fino alla fine del ‘18 e dove eseguirà Don Carlo di Verdi e Don Giovanni, oltre a impegni sinfonici a Berlino, Monaco, Palermo e sempre Bologna: lì dirigerà lo Stabat Mater il 24 maggio per le celebrazioni rossiniane proprio nella celebre Sala della Biblioteca dell’Archiginnasio sede della prima esecuzione italiana. Ma in questi giorni l’impegno di Mariotti è alla Scala dove in molti fan sperano di vederlo più spesso. Dopo il Barbiere di Siviglia nel 2010, I due Foscari di due anni fa, Mariotti dirige per la prima volta alla Scala Orphée et Eurydice di Gluck, in scena nella versione francese dal 24 febbraio con la regia di John Fulljames che ha voluto l’orchestra sul palco, i balletti di Hofesh Shechter e un cast di stelle con il tenore Juan Diego Flórez nel ruolo di Orfeo (una scelta del compositore per allontanarsi dalle convenzioni barocche), Christiane Karg, Fatma Said. “Io sono sempre catastrofico fino alla prima prova, fino a quando cioè non mi rendo conto che una partitura la so, ma in questo caso sono contento di aver detto sì, perché è una musica bellissima e piena di sentimenti, se no non avrei accettato di dirigerla. Non sono di quelli che pur di venire alla Scala avrebbero fatto qualunque cosa. Se dirigo un’opera è perchè mi piace, sarà banale ma non è così scontato. Mi sento in una condizione in cui posso permettermi di fare quello che mi piace”.

E cosa le piace nell’opera?
“Oltre alla musica, la storia. Sono affascinato dai personaggi che soffrono, da come affrontano il dolore, dal loro eroismo quotidiano. Orfeo, per esempio, protagonista dell’opera di Gluck, è un eroe, soffre d’amore ma in modo talmente dignitoso da commuovere perfino gli dei che gli permetteranno di andare nell’aldilà a ritrovare l’amata Euridice. Anche se questo avrà un costo: il divieto di guardarla”.

Terribile, no?
“Per entrambi. Euridice infatti io non l’ho vista come una suorina, ma come una donna arrabbiata, perché reclama l’attenzione dal suo uomo che non ha. E accusa Orfeo, il quale infatti non ce la farà a mantenere la promessa e la guarderà, condannandola così a morire due volte”.

Una storia d’amore tragica.
Storia d’amore è riduttivo, è una storia di rapporti umani, dunque anche violenti, rabbiosi cosa che ho cercato di rendere nei recitativi. Mi sono concesso qualche libertà di tempo, ma minima. Ho fatto un lavoro sui ritmi di Gluck, rispettando quasi il parlato quotidiano. La mia scelta è di restare fedele a uno stile, una prassi, ma parlare però di esseri umani veri, vivi, che soffrono, che palpitano, non di maschere plastificate: Orfeo è un uomo che ha paura, ama, sbaglia; perfino Amore non è una figura mitologica, ma un personaggio vero, il portavoce di Jupiter… C’è qualcosa di molto cinematografico nel modo in cui Gluck guarda tutti i suoi protagonisti”.

Nella versione francese che presentate c’è molta danza, e poi questa trovata curiosa dimettere l’orchestra in palcoscenico invece che in buca.
“I balletti sono almeno mezz’ora di spettacolo, tanto che possiamo definire Orphée et Eurydice un’opera scritta per ballerini. Quanto all’orchestra la cosa strana per me è di non vedere in volto i cantanti. È un po’ innaturale, ma ci si abitua presto, e poi mi fa venire in mente quando da piccolo a casa fingevo di dirigere senza davanti nessuno”.

L’ultima volta che alla Scala c’è stata l’opera di Gluck era diretta da Muti: teme un confronto?
“Con Muti ci siamo conosciuti di persona la scorsa estate a Salisburgo dove eravamo entrambi ospiti, lui con la stupenda Aida ed è stato un incontro molto caloroso. Il confronto? Avrei dovuto temerlo di più sul Verdi di due anni fa. E poi immagino che il pubblico si sia rinnovato nel frattempo”.

Già, l’opera secondo lei è un mondo di vecchi?
“Per niente. Ci sono tanti giovani sia tra gli esecutori che tra il pubblico. Poi bisogna vedere cosa è vecchio e cosa è giovane. Io per esempio spero di non appartenere alla mia generazione dove vedo troppa ansia di arrivare, di fare… Io ho respirato l’aria di generazioni passate perché da bambino al Rossini Opera Festival, diretto da mio padre, vedevo e ascoltavo i grandi di una volta e lì ho avuto questa impronta che non è quella dei miei coetanei”.

Che vuol dire?
“Che ho fatto meno cose degli altri, qui alla Scala per esempio, sono stato sei anni senza venire, ma ho preferito aspettare. Il problema non è arrivarci, è tornarci sui podii che contano. Io per esempio passo per essere un innovatore perchè sono vecchio, nel senso che studio molto, attingo dalla partitura, cerco di esaltare quello che è scritto e tutte le idee mi vengono dalla partitura. Io dico tanti no e non faccio questo lavoro per essere il migliore, ma per migliorare. La musica mi piace e mi diverte”.

Studio, tanto?
Sempre, ma mi piace. Nella mia vacanza ideale mi porterei la partitura, sarebbe come leggere un libro”.

Al Comunale di Bologna il suo mandato di direttore artistico scadrà a fine 2018. Quest’anno ha inaugurato la stagione con una Boheme che è stata un trionfo. La chiuderà col Don Giovanni. E poi l’addio?
“Nulla è deciso, ma credo che  bisogna lasciare quando sei in alto, quando il rapporto è bello. A Bologna ci sono da più di dieci anni, prima da direttore principale, poi musicale .Mi ero prefissato un certo livello di qualità di progetti, di fare tournèe … E mi pare di aver raggiunto questi obiettivi. Il resto si vedrà. Io sono sereno”.

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