VARESE: I TEATRI MAI NATI, I TEATRI MAI RISORTI

GIOVANNI ZAPPALA’. Prefazione di Bruno Belli.

Pagg. 63, con numerose foto in b/n.  «Macchione Editore», Varese, 2017

Sembrerà strano ai più, ma la vita teatrale varesina fu molto attiva tra la fine del XVIII secolo ed i primi anni del Novecento, tanto che la cittadina vide l’edificazione di ben due teatri (però, già dal 1776 sono attestate tre stagioni teatrali ricoverate in diversi edifici), il «Ducale», che operò tra il 1779 ed il 1790, ed il «Sociale» che fu attivo tra il 1791 ed il 1930 per essere, infine, demolito nel 1953. Importantissima fu, poi, la vita del «Sociale» che ebbe stretti rapporti con la Scala, soprattutto grazie alla gestione di Bartolomeo Merelli (chi volesse avere notizie può affidarsi al mio volume «Il Teatro Sociale di Varese nell’Ottocento», Varese 2003, reperibile, tra l’altro, presso la Biblioteca civica della città oppure presso quella del «DAMS» di Bologna).

Ora, è fresco di stampa quest’ottimo volumetto di Giovanni Zappalà, cui sono grato di avermi coinvolto per la prefazione, saggio che, partendo dalla demolizione del Teatro Sociale racconta settanta anni di vita varesina attraverso il progetto di ben 5 teatri che, però, non hanno mai veduto la luce.

Con opportuni riferimenti alla società della cittadina lombarda, all’analisi delle varie vicissitudini che hanno visto progetti e “rimandi”, “cancellazioni”, interesse e disinteresse, Zappalà, con particolare attenzione all’analisi del tessuto urbano, pone un’interessante e ponderata riflessione non solo storica, ma soprattutto sul valore dell’interazione che la vita teatrale delle città possa avere con la popolazione.

Si tratta di un breve saggio, agevole, facilmente leggibile, alla portata tanto di studiosi quanto di semplici appassionati che permette di assistere allo strano ed interlocutorio rapporto che Varese ha sempre avuto con il mondo del teatro, soprattutto operistico giacché in Italia nel secolo XIX è il melodramma con cui s’identifica, per lo più, la vita teatrale.

Il volume sarà presentato con l’autore il prossimo 28 settembre, presso la «Biblioteca Civica di Varese» – Via Sacco – alle ore 18,00 (ingresso libero).

 

Bruno Belli.

 

Per invitare alla lettura dell’intero volume, riportiamo qui di seguito la «Prefazione»:

«Particolarmente utile per comprendere alcune “ferite” inferte a Varese durante la storia locale è quest’agile studio di Giovanni Zappalà, che sceglie di percorrere la strada dei teatri edificati quindi abbattuti, di seguito richiamati a gran voce, come esito di “buon governo”, quindi progettati, però, purtroppo, mai realizzati.

Ritengo che un Teatro cittadino attesti il grado di maturazione civile di un “popolo”, purché esso stesso sia la rappresentazione delle ambizioni e dei risultati ottenuti nell’ambito della qualità di vita offerta agli abitanti del luogo.

Varese ebbe un rapporto interlocutorio e contradditorio con i Teatri: la popolazione “autoctona”, forse, non li ha mai sentiti come propri, tanto che, nel 1953, quando l’Amministrazione comunale decise di demolire il Teatro Sociale, che pure aveva svolto nell’ambito dell’attività culturale varesina un ruolo di primo piano, quando, non forse l’unico baluardo della “cultura” e dello “spettacolo” indigeno (si contano, nella storia delle stesso, episodi che concorrono alla formazione della vita operistica Ottocentesca italiana, si badi bene), non ci fu una “reazione” adeguata all’atto barbarico che decretava la cancellazione completa di almeno due terzi della storia culturale della città.

I Varesini probabilmente non compresero il valore che il «Ducale», prima, ed il «Sociale», poi, rappresentavano per una città che vide offrire al pubblico spettacoli di lirica e di prosa, concerti, «accademie» e balletti tra il 1779 ed il 1930: la città, divenuta Capoluogo di Provincia, scelse di gestire un territorio allora volto alle conquiste della tecnica e dell’industria, negando ogni possibilità strutturale al mondo dell’Arte, in tal modo rinsaldando le fondamenta per la caduta del settore, oggi di colore grigio scuro nell’ambito locale. Infatti, cessato il ruolo di «provincia industriale e operosa» a fronte della crisi economica, assistiamo alla proliferazione di aree abbandonate, senza che si sia in grado di percorrere la strada alternativa che si sarebbe dovuta tracciare “a priori”: investire per diventare un reale faro culturale e turistico, soltanto se si fosse voluto conservare il peculiare patrimonio che Varese e circondario offrivano, un valore concreto.

Teatro per una stretta nobiltà, quindi, per lo più rappresentata dai maggiorenti milanesi e dal duca Francesco III  d’Este fu inteso il Ducale, situato nell’ex Convento dei Padri di San Girolamo (oggi circa tra Piazza Repubblica e Via Avegno), considerato dai «buoni villici» (Varese era, alla fine del XVIII secolo una città dedita all’agricoltura), un luogo per divertimenti da offrire a «stranieri» ed a «villeggianti».  Con la medesima ottica fu concepito dai Varesini il Sociale, nonostante centotrentanove anni di attività, gestito ed amministrato da una «Società di palchettisti» che si componeva, per almeno due terzi, da notabili milanesi.

Il Teatro varesino non fu concepito ed inteso come parte dello scheletro che regge la forma di un tessuto sociale composto di differenti esigenze ed ambizioni, ma piuttosto come un oggetto “utile” allo svago dei villeggianti: in tal senso, dopo le due guerre, ridottasi l’attività “turistica”, era divenuto soltanto il fatiscente edificio nel centro cittadino da eliminare e sostituire con un più “concreto” alveare per uffici e famiglie.

Ad ogni proposta per un nuovo teatro, esigenza sentita sempre di più con l’aumentare della popolazione, gran parte proveniente dal resto d’Italia, non ci fu alcuna amministrazione che s’interessasse realmente non solo della costruzione, ma anche della gestione (di qualunque tipo: pubblica, privata, o sintesi tra pubblico e privato).

Il libro di Giovanni Zappalà, pertanto, giacché il «Presente» ed il «Futuro» si costruiscono in relazione al «Passato», è un monito per accostarsi ad eventuali nuovi progetti per un Teatro cittadino con la consapevolezza che esso non sia soltanto un edificio da riempire in qualche modo, agendo sull’intera piazza Repubblica, ma il cuore pulsante che «interagisca» con la città stessa, un «centro polivalente» del mondo culturale, per evitare di elevare così un’eventuale «cattedrale nel deserto».

Bruno Belli.

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ROSSINI TOGLIE LA MASCHERA.

Gaia Servadio, Gioacchino Rossini. Una vita.

294 pagg. Feltrinelli, Milano, 2015. 10 euro.

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Uscita tradotta nel 2004 presso Flaccovio Editore, la biografia di Rossini scritta da Gaia Servadio in Inglese (in Gran Bretagna fu pubblicata nel 2003), si leggeva con interesse e con la piacevolezza che accompagna un ottimo romanzo, poiché la giornalista e scrittrice ha l’indubbio talento di raccontare la vita, senza cedimenti all’agiografia e senza evitare di toccare anche gli aspetti meno edificanti del personaggio (in tal senso, chi abbia letto la sua Traviata, in altre parole Giuseppina Strepponi comprende benissimo tale affermazione).

Ora, per Feltrinelli, la Servadio ha largamente rielaborato quel testo, con passione e con documentazione certosina: ci regala, senza dubbio, la migliore biografica che del Grande musicista si possa consultare oggi. Come è posto in evidenza fin dalla quarta di copertina (dove, per altro c’è un evidente errore, giacché il Barbiere di Siviglia debuttò nel febbraio del 1816 e non nel 1815, sicché, il bicentenario del capolavoro comico rossiniano cadrà l’anno prossimo), l’autrice pone come fulcro della sua indagine il perché Rossini, ancora giovane e ai vertici della gloria, decise di smettere di comporre opere, abbandonando il teatro dopo il Guillaume Tell, nel 1829, all’età di 37 anni.

Nel volume si scrive che “la vita di Gioacchino Rossini è più avventurosa di quella dei quattro moschettieri messi assieme, è un romanzo. Da ragazzino povero a uomo ricco e infelice, da giovane di “sinistra” a vecchio di destra però sempre pronto a sfottere imperatori e impostori. Ci sono più di mille donne nel catalogo di Gioacchino, una lista che avrebbe imbarazzato Leporello. Dopo i primi successi è talmente popolare che le ragazzine lo rincorrono per la strada tagliandogli pezzi di vestito da dosso, come succederà con i Beatles, e, se possibile, qualche ciocca di capelli. Lo scrive Lord Byron, furibondo che qualcuno fosse diventato ancora più famoso di lui. Delle opere di Rossini tutti conoscono Il barbiere di Siviglia ma, con la rinnovata percezione del grande compositore, si vanno riscoprendo le opere “serie” e in particolare la sua ultima, il Guillaume Tell, che spalanca le porte al Romanticismo”.

In passato, la maggior parte di chi abbia studiato la biografia rossiniana ha affermato – non discostandosi, a parere di chi scrive, dal vero – che il compositore fu devastato dalla depressione, mostrandosi, così, come uno tra i più grandiosi e rappresentativi depressi della storia.

Gaia Servadio si basa sull’analisi critica dell’epistolario che, all’inizio degli anni duemila, si è arricchito di oltre 250 lettere, molte delle quali appartenenti al periodo che trascorre tra il 1815 ed il 1822 (per il quale avevamo poche testimonianze in tal senso). Tra queste, ve ne sono alcune che esprimono bene le arguzie sovente abrasive del Maestro, le passioni nascoste, il male e il bene di vivere che cominciò ad attanagliarlo già prima dei trent’anni.

A tale proposito è esemplare l’episodio riportato, quando Rossini svenne (evidentemente per un attacco di panico) durante il Congresso di Verona nel 1822 mentre stava dirigendo, convintosi che una statua a lui presso stesse per cadergli addosso. Di certo il superlavoro cui si sottopose per il guadagno (nei primi anni proprio per far fronte alla povertà della sua famiglia) è un elemento fondamentale tra quelli che sfibrarono l’artista.

Tra le lettere interessano, soprattutto, quelle ai propri genitori ed alla prima moglie, Isabella Colbran, incartamenti che la Fondazione Rossini di Pesaro acquistò pubblicando così (Gioachino Rossini, Lettere e Documenti, volume III a, Lettere ai genitori, 1812-1830, a cura di Bruno Cagli e di Sergio Ragni). Ricchissima di notizie e di strafalcioni (Rossini aveva poca dimestichezza con l´uso corretto grammaticalmente della lingua italiana), la corrispondenza ha illuminato vari aspetti del periodo della depressione, solitamente collegato dagli storici all´incapacità del musicista di rinunciare alla sua concezione classica del teatro per adeguarsi ai nuovi dettami del romanticismo.

Così, grazie anche a queste testimonianze la biografia della Servadio ci fa conoscere con concretezza che nel dramma di Rossini, molto è legato alla storia intima.

Dal libro, per esempio, si apprende che Gioacchino, cui numerose biografie hanno attribuito un´infanzia spensierata, fu in realtà un bambino afflitto dalla consapevolezza di essere «figlio di un corno», come lui stesso non esitava a confessare, giacché sapeva che il padre legittimo, Giuseppe, era un buontempone prestatosi a un matrimonio riparatore con la bella Anna Guidarini, rimasta incinta giovanissima.

Quando Rossini ha 37 anni la depressione prende il sopravvento, provocandogli attacchi di panico, ansie persecutorie, insonnie massacranti, ossessioni suicide.

Oltre a questo, però, possiamo leggere anche dell’altro lato di Rossini (quello che il compositore amava divulgare, indossando la maschera che, a lungo, si è creduta che fosse il vero ed unico aspetto): il genio gastronomico, lo humour, il conservatorismo in politica, gli incontri con Stendhal, Beethoven, Balzac, Verdi e Wagner, il rapporto con l´opera buffa e seria.

Infine, è il ritratto dell´artista ormai pingue e pigro, guidato dalla seconda moglie, Olympie Pélissier, infermiera più che compagna, che ci regala di Rossini un conturbante ritratto ricco di umanità.

“La pazzia e il genio sono fratelli gemelli, non solo in Mozart, ma anche in Rossini, afferma sempre la Servadio: forse, proprio qui sta l’eterna verità dell’Arte.

Bruno Belli.

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PASCOLI E LA MUSICA – PASCOLI E IL MELODRAMMA

L’uscita dell’ottimo volume di Alessandro Zattarin “Anch’io voglio scrivere per musica”. Pascoli e il melodramma per la Casa editrice Rocco Carabba di Lanciano (marzo 2014), mi permette, oltre che di presentare lo stesso libro, volume che consiglio vivamente, di proporre una breve riflessione sull’argomento, già frutto della conversazione che tenni, il 19 ottobre 2012 (anno del centenario) a Varese, per “I Venerdì di Bruno Belli”.

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I.
Ecco, finalmente, la pubblicazione di un bel volume che copre un tassello importante della storia letteraria e musicale italiana, un argomento che ha sempre suscitato interesse presso studiosi ed appassionati, ma che non era mai stato trattato in modo coordinato.

Ora, con “Anch’io voglio scrivere per musica”. Pascoli e il melodramma, Alessandro Zattarin ci offre un ampio panorama, ben strutturato, sul rapporto che intercorse tra Giovanni Pascoli e la musica, rapporto che si realizzò nella veste poetica dell’autore, ma che influenzò parte del suo studio di letterato.

Alessandro Zattarin, diplomato in pianoforte e musica vocale da camera, perfezionatosi con Maria Tipo alla Scuola internazionale di Musica di Fiesole, ha conseguito il dottorato di ricerca in Filologia ed Ermeneutica all’Università di Padova imposta lo studio su Pascoli in modo scientifico, ma, al tempo stesso, assai godibile per qualunque lettore, grazie ai puntuali rimandi nel testo ed alle note sempre chiare ed esaustive.

Interessante scoprire come il giovane Pascoli avrebbe voluto scrivere per musica, senza però riuscirvi, tentando la via della librettistica – resta l’esempio de Il sogno di Rosetta per Mussinelli – abbandonandola per insoddisfazione ed anche perché la sua particolare poetica intrisa della conoscenza delle “avanguardie” europee il “pubblico d’Italia” non fosse pronto (è lui stesso ad affermarlo in una lettera del 1908; vedi sotto).

Zattarin, attraverso le fonti d’archivio e riassumendo l’opera pasco liana in un’unica “grande opera” quale, in effetti, fu, indaga il debito che Pascoli ebbe nei confronti del melodramma, ed al tempo stesso, le influenze che le raccolte pascoliane da Myricae in poi esercitarono sui librettisti italiani del primo novecento.

II.
Legato da sentimenti di amicizia, o di cordialità, con musicisti quali Leoncavallo, Mascagni, Puccini, Zandonai, Marco Enrico e Renzo Bossi, il Pascoli non riuscì con alcuno a dar forma ad un compiuto organismo scenico.

Lo stesso Pascoli, in una lettera del 1908 all’amico Caselli, prende atto del suo “fallimento” come scrittore di libretti, ma, in tal modo, ci rivela la sua concezione di quale strada il teatro melodrammatico avrebbe dovuto imboccare: “E sai perché? Per una ragione generale che non tocca il Luporini più che il Puccini e il Giordano più che il Mascagni. Ed è questa, che il regno della musica per me comincia dove finisce la realtà pensabile e si apre la misteriosa regione dell’altra poesia. Soggetti di drammi musicali, a parer mio, non si trovano che o nella poesia epica, dove li trovò, per la maggior parte, Wagner, o nell’eterna poesia popolare della fiaba e della novellina, dove li trova, credo, Debussy, o in qualche altra landa elisia illuminata da un suo sole e da sue stelle più grandi e più vere delle nostre. Ebbene, né io mi son creduto da tanto da viaggiare questo paese che al di là della solita conoscenza, né ho mai creduto che il pubblico d’Italia fosse per accettare da un maestro italiano, specialmente ai suoi inizi, una tal musica ed una tal poesia”.

Palesi, dunque, le simpatie del Pascoli simbolista ed impressionista per Wagner e per Debussy (tramite Maeterlinck) in polemica con la poetica veristica al tempo predominante in Italia. Così, soprattutto riguardo al mondo dell’opera, è lecito affermare che Pascoli rimase dunque un “progettista”, secondo la condizione cara a Baudelaire.

La presenza di elementi musicali è quindi, come bene inquadra il nostro Zattarin, da cercarsi nel repertorio tematico della poesia pascoliana. Se un poemetto come Le armi può essere stato letto acutamente da Guarnieri Corazzol come una parafrasi rovesciata di Siegfried impegnato nella forgiatura della spada (per il poeta le “armi, però, sono semplicemente gli attrezzi per l’attività agricola) in Odi ed Inni, ad esempio, si deve indicare l’inno A Verdi, che, composto per il “trigesimo del suo transito” è una celebrazione del compositore quale carismatica figura della Nuova Italia.

Infine, forse non ami quanto nel poemetto Rossini (1911) si riassume l’intera poetica pasco liana ed il suo rapporto con la musica. Nel rappresentare il Cigno di Pesaro in procinto di comporre la Canzone del salice nell’Otello, Pascoli lo coglie durante una momentanea caduta d’ispirazione, secondo la linea di alcuni principi enunciati ne Il fanciullino del 1897, proponendo un’idea “mistica”, potremmo dire “iniziatica”, dell’ispirazione artistica, forza irrazionale, espressione dolorosa dell’inconscio e dell’onirico, ad ogni modo consonante con le ragioni misteriose dell’universo, concezioni, quindi, che riflettono l’animo del poeta simbolista e decadente.

Bruno Belli

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LIBRO: PAOLA CALVETTI, PARLO D’AMOR CON ME. Vita e musica tra le mura di Casa Verdi

Mondadori, Libellule 2013, 128 pp.

a cura di Laura Sacchiero

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Paola Calvetti_Parlo damor con me

Il 16 dicembre 1899 nella casa di via Manzoni 29 a Milano, Giuseppe Verdi istituisce la Casa di Riposo per Musicisti – Fondazione Giuseppe Verdi “nella quale raccogliere e mantenere persone dell’uno o dell’altro sesso addette all’Arte Musicale, che siano cittadini italiani e si trovino in stato di povertà”.

Unica al mondo nel suo genere, la Casa di Riposo è considerata l’ultimo capolavoro del Maestro di Busseto che dedica a questo progetto gli ultimi due anni della sua vita, prima di morire nel 1901 a 88 anni. “Delle mie opere, quella che mi piace di più è la Casa che ho fatto costruire a Milano per accogliervi i vecchi artisti di canto non favoriti dalla fortuna, o che non possedettero da giovani la virtù del risparmio. Poveri e cari compagni della mia vita! Credimi, amico, quella Casa è veramente l’opera mia più bella”. Così scrive Giuseppe Verdi in una lettera all’amico Giulio Monteverde.

Su esplicita richiesta di Verdi, la Casa viene inaugurata dopo la morte del compositore, che non desiderava essere ringraziato da coloro che avrebbero beneficiato della sua generosità. I primi nove Ospiti entrano il 10 ottobre 1902, giorno di nascita del Maestro.
Per statuto la Casa è aperta ai “musicisti meno fortunati, a coloro che si siano dedicati per professione all’Arte Musicale” e fino ad oggi più di mille persone vi hanno soggiornato tra cantanti, direttori, coristi, orchestrali, docenti e coreuti.

E’ in questo luogo speciale che Paola Calvetti ambienta il suo romanzo, trasformando in personaggi i veri artisti di Casa Verdi che le hanno affidato ricordi, carriere ed emozioni. Attraverso gli occhi della cameriera Ada, anch’essa poco favorita dalla fortuna ma profondamente amante della musica, sembra quasi di vederli muovere, suonare e cantare nel magico spazio della casa di riposo più musicale del mondo. Ada conosce tutti gli ospiti e di tutti “colleziona” le vite ardenti, che trascrive su di un quaderno: Piera, che suona ancora molto bene il pianoforte, Kimiko, soprano giapponese, Luisa, che cantò nella Traviata insieme a Maria Callas, Ferro, violinista gentiluomo, Nino, tenore nato “fuori taglia”, Clara, maestra di ballo, Giacomo, che suonava la viola ma ha smesso da un giorno all’altro perché non si divertiva più, Norman, l’accordatore segretamente amato da Ada… Amore, amicizia, musica e ricordi sono gli ingredienti di questo libro: storie che si intrecciano l’uno all’altra, storie di un tempo lontano raccontate dall’autrice con estrema sensibilità.

Nel bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi, Paola Calvetti celebra il Maestro attraverso quella che egli stesso considerava la sua opera più imperitura e insieme dà vita a un libro intenso e inconsueto, che racconta come l’arte sia inestricabilmente congiunta alla vita e possa renderla degna di essere vissuta.

PAOLA CALVETTI, giornalista, ha lavorato alla redazione milanese del quotidiano «la Repubblica». Dal 1993 al 1997 ha diretto l’Ufficio Stampa del Teatro alla Scala e, in seguito, è stato direttore della Comunicazione del Touring Club Italiano. Oggi scrive per il «Corriere della Sera» e il settimanale «Io Donna» e cura la Posta del cuore del settimanale «TuStyle». Finalista al premio Bancarella con il romanzo d’esordio, L’amore segreto, nel 2000 ha pubblicato L’Addio, nel 2004 Né con te né senza di te, nel 2006 Perché tu mi hai sorriso (tutti oggi in edizione ebook Mondadori) e nel 2009 Noi due come un romanzo (Mondadori), seguito nel 2012 sempre per Mondadori da Olivia, ovvero la lista dei sogni possibili.

Per approfondimenti:

 http://www.paolacalvetti.com/

 http://www.ilfoglio.it/recensioni/856

http://www.casaverdi.org/

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