GIOACHINO ROSSINI: STABAT MATER

(versione originale del 1831 / 1832 con le pagine composte da Giovanni Tadolini)

GIOVANNA D’ARCO
Majella Cullagh, Marianna Pizzolato, José Luis Sola, Mirco Palazzi.
Camerata Bach Chior, Tomasz Potkowski
Wurttemberg Philharmonic Orchestra, Antonino Fogliani

1 cd NAXOS 8.573531

Interpretazione: ****

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Sono note le vicende riguardanti la composizione dello «Stabat Mater» di Rossini che, durante un soggiorno in Spagna nel febbraio del 1831 per seguire tramite una supplica alla corona alcuni interessi economici seguenti ad un fallimento bancario in cui il compositore era stato coinvolto dal Duca di Bervick ed Alba, per adempire la promessa fatta all’alto prelato appassionato di musica Manuel Fernandez Varela, si trovò nelle ristrettezze causate dal tempo, dopo il rientro a Parigi.

Così, affidò la composizione di alcuni numeri (per la precisione sei) all’amico Giovanni Tadolini, riservandosi di scrivere le rimanenti sette sezioni. Rossini compose l’iniziale «Stabat Mater» ed i versi finali partendo dal «Fac ut ardeat cor meum», lasciando, però, a Tadolini, la fuga finale per l’«Amen». Rossini soffriva di un senso d’insicurezza contrappuntistica che lo accompagnava fin dagli anni degli studi, a causa di Padre Mattei che lo definiva, a proposito del contrappunto, «il disonore della mia scuola».

Era già ricorso all’amico Pietro Raimondi per farsi assistere nella composizione del suo primo lavoro ambizioso in campo sacro, la «Messa di Gloria» scritta nel 1820 a Napoli per la quale Raimondi apportò la collaborazione proprio nella sezione fugata del finale «Amen».

A Varela, pertanto, Rossini fece pervenire lo «Stabat Mater» così composito.

Quando il prelato morì nel 1837, essendo il nome di Rossini un sicuro motivo di vendita in campo musicale, l’editore parigino Antonin Aulangnier pubblicò l’opera così come era stata concepita, ma Rossini, per evitare che circolasse un lavoro non completamente di propria mano, intentò una causa che si protrasse per lungo tempo. Frattanto, si decise a mettere mano nuovamente all’opera ed, entro il 1841, l’aveva completamente come la consociamo, con la grande pagina finale «In sempiterna saecula. Amen» tutta di proprio pugno, dimostrando così di essere sicuramente esperto anche nel trattare «fughe» e «fugati» (che si trovano numerosi proprio nei successivi «Peccati di vecchiaia»).

Fu così eseguita presso il Théatre-Italien a Parigi, il 7 gennaio 1842, ed in Italia, a Bologna, il 18 marzo dello stesso anno, affidata la direzione a Gaetano Donizetti.

Fin qui la storia. Ma non era ancora stata soddisfatta la curiosità di chi avrebbe voluto ascoltare anche le pagine di Tadolini e “sentire” quale fosse l’effetto della composizione originale.

Fu il meritorio Festival Rossini di Wildbad a sobbarcarsi l’impresa, nel 2011, grazie all’esperienza di Antonino Fogliani che, da quando è stato nominato direttore artistico, ha vitalizzato ancor di più l’appuntamento estivo annuale con la musica rossiniana nella Foresta Nera. Fogliani stesso, infatti, ha orchestrato, mediante il medesimo organico utilizzato da Rossini, i numeri scritti da Tadolini, i quali ci sono pervenuti soltanto in due riduzioni per canto e pianoforte (non sono state trovate copie della partitura edita da Aulagnier che, per decisione del tribunale, dovette distruggere quanto stampato).

L’egregio lavoro di Fogliani permette di ascoltare l’opera in senso compiuto: di certo, i pezzi di Tadolini, eccezione fatta per la mirabile fuga finale, sono di qualità inferiore a quelli di Rossini, ma non si può negare l’eleganza della fattura, la spontaneità delle melodie e la mano sicura del musicista esperto.

Lo stesso Fogliani dirige in modo eccellente la Wurttemberg Philharmonic Orchestra ed il Camerata Bach Choir preparato da Tomasz Potkowski, con piglio drammatico che si confà precisamente al lavoro.

Ottimi i cantanti (qualche vetrosità negli acuti della Cullagh disturbano non poco, però) sui quali emerge la classe di Marianna Pizzolato, impegnata anche nella «Giovanna d’Arco», orchestrata da Marco Taralli, voce di splendido velluto, guidata da gusto, musicalità ed ottima tecnica, cui l’appoggiatura sul fiato permette di affrontare i diversi registri senza soluzione di continuità, tramite un canto sempre elegante e controllato.

Bruno Belli

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UN MAESTRO ITALIANO PER LA “SCUOLA TEDESCA”: AGOSTINO STEFFANI.

AGOSTINO STEFFANI, THE STEFFANI PROJECT

MISSION (arie da opere), STABAT MATER (musica sacra), DANCES AND OVERTURES. Cecilia Bartoli, Philippe Jaroussky, Franco Fagioli. I Barocchisti, Diego Fasolis.

3 cd DECCA

Interpretazione: ****

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steffani1Si tratta di un’intelligente scelta della DECCA il dedicare un cofanetto di 3 cd che riunisce le altrettante pubblicazioni dedicate ad Agostino Steffani incise con la collaborazione ed il contributo dalla Rete 2 della Radio della Svizzera Italiana, che propone il gruppo I Barocchisti di Diego Fasolis.

Insomma, è un cofanetto di pregio dal punto di vista sia artistico, sia storico: in esso, così, troviamo, Mission, una scelta di arie dalle opere, interpretate da Cecilia Bartoli, Dances and Overtures, pagine strumentali per il teatro e Stabat Mater, dedicato alla musica sacra. Sono le tre espressioni principali cui si dedicò Agostino Steffani, al quale le case discografiche hanno dedicato poca attenzione, per la verità, commettendo un grave torto ad un compositore di vaglia del barocco italiano, mentre, talvolta, si sono dedicate a figure storicamente meno rilevanti.

Steffani, nato a Castelfranco il 25 luglio 1654, trascorse quasi tutta la vita in Germania, essendosi ivi trasferito all’età di tredici anni, divenendo allievo del grande organista Johann Caspar Krell. Scese in Italia nel 1672 per perfezionare lo studio della composizione con Ettore Bernabei, Maestro di Cappella a San Pietro, dedicandosi, così, alla musica sacra.

Tornato a Monaco, fu nominato Organista di Corte nel 1675 e direttore della Musica da camera nel 1681. Proprio a Monaco, egli inizio anche l’attività operistica che lo assorbì quasi completamente dal 1688, quando fu nominato Kappelmeister presso il Duca di Hannover: fu con il suo arrivo a corte, tra l’altro, che si iniziò la costruzione di un nuovo teatro e si formò la prima compagnia teatrale stabile.

Ordinato sacerdote già nel 1680, divenne Vescovo di Spiga nel 1707 e Vicario Apostolico nella Germania settentrionale dal 1709, dovendo così pubblicare i suoi lavori “profani” sotto il nome di Gregorio Piva.

Le sue composizioni, importanti esempi degli stili italiano e francese dell’ultimo Seicento, furono particolarmente indicative ed influenti per la nascita dell’opera tedesca. Le opere teatrali, in particolare, risentono della lezione veneziana (in primis le arie con il da capo) e del teatro francese, nella scelta delle introduzioni di balletti e di arie di danza.

Compositori quali Kesier, Wilderer Schurmann e Telemann devono all’influsso di Steffani parte del loro stile.

Un compositore di tale portata storica merita l’interpretazione eccellente che Diego Fasolis sollecita alla sua compagine I Barocchisti, tanto nell’accompagnare le voci nelle arie d’opera e nella musica sacra, ma assai di più nel presentare le ouvertures e le danze, ricche d’inventiva e d’impasti sonori che pongono in evidenza l’impiego dei legni. Cecilia Bartoli, come di consueto, carica troppo le sue interpretazioni, scambiando l’esagitazione per partecipazione emotiva, scadendo assai spesso della caricatura, ma è una sua caratteristica che, personalmente, non apprezzo, ma che i suoi sostenitori adorano.

Ad ogni modo, si tratta di un cofanetto che vale la pena acquistare ed ascoltare per la bellezza della musica e per l’insuperabile interpretazione del complesso strumentale, guidato come sempre in modo magistrale dal sensibilissimo Diego Fasolis.

Bruno Belli

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