“AL SERVIZIO DELLA PROPRIA VOCE”

Intervista al soprano ANTONELLA ROMANAZZI, intelligente Annina, ne “LA TRAVIATA” di Savona.

CARAVATE (Varese) – Dopo il successo delle rappresentazioni de “La Traviata” organizzata dall’Opera Giocosa di Savona con il Teatro Chiabrera, due meritorie istituzioni nell’ambito della vita musicale ligure ed italiana, facciamo seguire all’intervista rilasciata dal regista Stefano Monti, la conversazione che abbiamo avuto con Antonella Romanazzi, il soprano che ha interpretato la parte di Annina, ruolo che, come tutti quelli affidati ai “comprimari”, se eseguito con la professionalità che dovrebbe sempre caratterizzare ogni artista, diventa ideale anche per meglio approfondire il rapporto che attraversa la protagonista con il mondo che la circonda.

Dal punto di vista squisitamente musicale, poi, il “comprimario” aiuta a porre in evidenza gli equilibri tra le parti, così come è avvenuto nella bella esecuzione di Savona, grazie anche ad una pregevolissima regia creata da Stefano Monti che ha inteso privilegiare il “doppio” che sta in ogni personaggio, quindi, più in generale, in ogni uomo.

Che cosa ha significato per te questa esperienza e il ruolo che hai affrontato?  

E’ stata un’esperienza ideale per la professionalità che caratterizza l’intero allestimento, sia per i cantanti impegnati, sia per gli organizzatori, preparati, attenti, appassionati del loro lavoro. E’ stato, quindi, un successivo passo per la mia crescita artistica.

Per quanto concerne l’opera, è stato importante rivestire il ruolo di Annina, perché ho avuto così la possibilità di lavorare sul personaggio sia da un punto di vista vocale, sia dell’interpretazione scenica. La parte, pur non vasta, impone al soprano di restare localmente “nel centro”, senza mai ambire al registro acuto: pertanto, il fraseggio deve essere tenuto molto controllato, per evitare di affrontarlo di petto, così da evitare effetti che sarebbero grotteschi. Per una voce di soprano leggero come la mia, significa controllare con molta attenzione la respirazione e l’appoggio del fiato, incidendo i recitativi e “sostenendo” i momenti “concertati”, come ad esempio, nel finale del terzo atto.

Studiando un personaggio, al momento in cui mi viene proposto, riconosco se sia adeguato alla mia voce: in altre parole, valuto se il problema di renderlo sia solo un fatto “di tecnica”, oppure se io non sia adatta ad affrontare una determinata parte.

In Annina mi sono trovata bene ed ho avuto l’opportunità di “sondare” una parte del registro vocale che, nei ruoli consueti, come ad esempio, Despina nel Così fan tutte, oppure Berenice ne L’occasione fa il ladro è toccato di rado.

foto di Luigi Cerati

Cosa ti colpisce di più nel ruolo di Annina, soprattutto in rapporto alla regia di Stefano Monti?  

Il maestro Monti ha colto dei personaggi l’ambiguità, il doppio, caratteristiche che convivono nell’essere umano: è stato importantissimo proprio per viverlo in simbiosi con le sue indicazioni. Ho affrontato un’Annina bifronte, dapprima governante (con caratteristiche quasi di efficienza acidula da anziana zitella), quindi amica, soprattutto nel terzo atto.

In effetti, alla fine dell’opera, Annina è l’unica deuteragonista femminile di Violetta, la sola donna che le è rimasta accanto, nonostante il tracollo fisico e finanziario. E’ divenuta, da efficiente cameriera, discreta ed affettuosa amica, l’unica persona sulla quale Violetta possa veramente contare.

Come ti rapporti, di solito, con la vocalità di un personaggio?

Ragiono pensando, innanzi tutto, come accennavo prima, alla voce. La voce deve potere interpretare la linea musicale scritta dall’autore senza mai essere contraffatta, artefatta, mascherata in alcun modo per ottenere un risultato prefissatosi. Alla tecnica si deve sposare la più assoluta naturalezza del registro e del timbro.

Penso che la mia voce abbia delle caratteristiche proprie che devo infondere al personaggio, cosicché, quando si ascolti, esso sia identificato come “mio”. Si deve riconoscere subito una voce. Poi, questa voce, che esce da una persona, crea, con la persona stessa, un personaggio che ha delle caratteristiche ben identificabili, che appartengano solo a quell’interprete.

Ogni interprete deve mettere qualcosa di proprio, altrimenti il teatro lirico – o meglio, in generale il teatro – sarebbe un mero esercizio retorico.

E’ un obiettivo non facile, ma nel personaggio si deve mettere una caratteristica tua personale, inconfondibile…

Molti tuoi ruoli finiscono, oggi, con “…ina”: è solo un caso, oppure vi è un rimando artistico particolare?

Torniamo, ancora una volta, al problema della voce.

Il soprano leggero interpreta, in gran parte della storia dell’opera, giovani donne “peperine”, petulanti o brillanti, caratterizzate tutte dal brio, dall’intelligenza, dalla capacità di adattarsi alle situazioni e di trasformarle a loro piacere. I nomi, in senso “diminutivo vezzeggiativo” corrispondono a questo “tipo”. E’ come se la società considerasse queste donne sempre piccine, sempre bambine, quasi prive d’importanza e personalità, salvo poi che costoro sappiano sempre dimostrare che non sono le caratteristiche apparenti a “fare una donna”, ma quelle dell’animo e dello spirito. Così, tra l’altro, spesso il musicista le vede, perché la sua musica ce lo racconta, ce lo conferma.

Prossimi impegni…

Tra gli altri, mi piace ricordare, al momento, il 4, il 6 e l’8 agosto, a Castiglioncello del Trinoro e Sarteano in Toscana, il concerto che terremo come “The Ameralia Quartet”, di cui faccio parte assieme al pianista Marco Cadario, al violinista Joseph Gold ed alla clarinettista Cynthia Krenzel Doggett.

Poi, il 14 agosto, terrò un concerto straordinario a conclusione della terza edizione della rassegna organistica “Il registro della Voce Umana” che si tiene tra Monopoli e Putignano. Quindi, per il gennaio 2016 parteciperò come Serpina nell’allestimento de La Serva Padrona di Pergolesi nei territori di Como e di Varese, oltre alla terza tournèe negli USA prevista per l’autunno 2016.

Bruno Belli

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